Si è seduta a un tavolo e ha raccontato se stessa a una sala gremita di gente.
La particolarità? Al posto delle parole, ha usato le immagini.

Alice Gabriner, International Photo Editor al Time magazine, è stata accolta venerdì 13 maggio con entusiasmo e curiosità dal Centro Italiano per la Fotografia di Torino (Via delle Rosine 14). Al suo fianco, due giovani interpreti dell’agenzia formativa “tuttoEUROPA” e Roberto Koch, ideatore, fondatore e direttore dell’agenzia foto-giornalistica, nonché, dal 2012, anche casa editrice, “Contrasto”.

L’appuntamento, facente parte della serie degli incontri speciali in occasione del Salone del Libro 2016, aveva come titolo “Politica, Comunicazione, Fotografia” e si è sviluppato a partire, appunto, dall’esperienza della Gabriner. Un microfono davanti alla bocca, un muro bianco alle sue spalle: mentre la giornalista si sta ancora presentando, viene proiettata dietro di lei una foto del 1998 di Monica Lewinsky, nota per aver avuto una relazione con il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. A distanza di quasi vent’anni, il potere comunicativo dell’immagine è rimasto pressoché invariato: è un ritratto che urla “scandalo”.
Alice Grabiner decide di far arrivare subito il messaggio, di cui si fa portatrice, attraverso quest’esempio: è necessario rendersi conto dell’importanza del ruolo che la fotografia gioca nella nostra storia, in ogni aspetto della vita quotidiana. In ambito politico, poi, ancor di più.
La giornalista, che è stata Senior Photo Editor al National Geographic e poi Deputy Director of Photography alla Casa Bianca durante la campagna di Barack Obama, lo sa bene: il compito di un Photo Editor prevede un ulteriore passo avanti e consiste nel saper scegliere le foto migliori, le più accattivanti, le più creative. Tutto questo per poter affrontare la competizione, sempre troppa, che non risparmia nessuno, tipica del settore.

Agli inizi della sua carriera, Alice intraprende una collaborazione con Christopher Morris: in un primo momento lo ritiene un “bad boy”, poco adatto alla “fotografia politica” poiché sempre desideroso di spingersi oltre ai limiti e continuamente alla ricerca di qualcosa di più. Poi si deve ricredere. Lavorando insieme a lui per il Presidente Obama, la Gabriner riesce ad entrare in una nuova dimensione, più intima e privata, della relazione tra fotografo e soggetto: un “lusso” che solo lei e Christopher, due dei pochi ad avere la possibilità di un accesso quasi illimitato alla Casa Bianca, possono permettersi. Stare “dietro le quinte” di una macchina perfetta come il Governo americano permette loro di cogliere piccoli gesti che, nella loro semplicità, quasi banalità, trasmettono al pubblico il lato umano di figure troppo importanti per non essere considerate distanti.
Un ruolo fondamentale è ricoperto anche da Pete Souza, fotografo ufficiale della Casa Bianca. “Lui passava più tempo insieme alla famiglia del presidente che il presidente stesso- afferma la Gabriner, poi aggiunge -nel 2009, quando c’era grande crisi economica e il peso di quasi tutta la rivista TIME gravava sulle mie spalle, mi trovavo a dover scegliere circa quaranta immagini al giorno fra le innumerevoli foto di Pete e Chris ed era davvero difficile”.

Ci racconta poi che, rispetto ai precedenti, quello di Obama è stato un mandato molto più aperto: l’intenzione di Alice era trasformare la rivista in uno specchio della vita alla Casa Bianca e ci è riuscita. Il pubblico è rimasto colpito e affascinato dalla molteplicità delle situazioni che il Presidente deve affrontare ogni giorno, a distanza di poche ore, a volte anche solo minuti: gli incontri formali e le riunioni con gli altri capi di Stato sono stati accostati, per la prima volta, alle mansioni di un papà, che accompagna le figlie a scuola, o a quelle di un lavoratore qualunque, che bussa alla porta di un collaboratore.
La gente voleva sempre più “umanità” da parte del Presidente, che a volte sembra solo “una comparsa all’interno di tutte le dinamiche del grande teatro che è la Casa Bianca”. L’ufficio stampa di Obama ha detto: “ Non possiamo più fermarci”. E così è stato.Spesso, per esempio, lo vediamo contemplare, solo, i ritratti dei suoi precedessori: in particolare, quello di Abraham Lincoln, che è per lui, da sempre, fonte d’ispirazione e modello per eccellenza.

Le fotografie, dunque, diventano un documento storico, che la gente fra cento anni potrà riguardare e commentare. “E la cosa più bella- conclude la Gabriner -è che di quella storia faccio parte anche io”.

Di quella storia facciamo parte tutti, perché è la nostra.

“In Italia– interviene Koch -non esiste questo stretto rapporto di fiducia e rispetto fra singoli individui e Stato, l’informazione è anche meno auto controllata, il sistema è più “sregolato”. Forse da questo punto di vista è un bene, abbiamo potuto avere in modo anticonvenzionale il racconto dei fatti che si sono svolti nelle Camere del potere e, oggi, le nostre foto sono in qualche modo più divertenti di quelle di altri Paesi”. E’ il Primo Ministro a scegliere, di mandato in mandato, le modalità della trasmissione e diffusione delle informazioni visive: Renzi, per esempio, ha deciso di usare la fotografia per trasmettere la sua personalità.

Quest’arte si traforma, dunque, in mezzo politico nel presente e strumento di memoria nel futuro.
Grazie ad Alice Gabriner e Alberto Koch per questo tuffo in una quotidianità non scontata e, spesso, sottovalutata.

Il Presidente e la sua quotidianità.

Il Presidente e la sua quotidianità.

Federica Antonioli e Cristina Ganz

Liceo Classico e Musicale “C. Cavour”