Avevo lasciato l’aeroporto di Catania addobbata ad inverno, ma ad accogliermi a Torino, non furono la neve e il freddo minacciati dal meteo. Un tepore e una luce imprevisti forzavano infatti le finestre grigliate della casa circondariale Lorusso Cutugno, teatro dell’incontro.

Ad assistervi -nello spazio di raccordo tra le scale e il vasto corridoio dell’ultimo piano – oltre alla professoressa Silvia con cui l’avevo preparato, c’era una piccola folla: altri due insegnanti; Fabio con una telecamera per riprendere l’evento; Augusta in rappresentanza del Salone del Libro; mio marito che aveva voluto condividere con me quell’esperienza; e una giovane e guardinga agente. Una folta presenza, alle mie spalle, che un po’ m’inquietava, non potendola visivamente abbracciare.

Davanti a me,  all’inizio del corridoio, tanti volti sconosciuti. E molto differenti l’uno dall’altro per etnie, culture, istruzione, generazione: magrebine, rom, nigeriane, donne di vari paesi africani e dell’America centro-meridionale, qualche italiana. In prevalenza giovani.  

Sedute in silenziosa attesa, altrettanto mi inquietavano. Curiosità? indifferenza? rassegnazione?  mi domandavo. Avrei voluto conoscere i loro nomi, le loro storie, ma, per far questo, non sarebbero bastate le due ore previste per l’incontro.

Il difficile dialogo, tra la mia libertà e la loro clausura, era affidato esclusivamente alla poesia: tutte avevano in mano la piccola antologia poetica –15 testi di poeti, come loro, di differenti continenti ed etnie – che avevo preparato e preventivamente mandato a Silvia.

Iniziai subito con la lettura di una testo di Faraj Bayrakdar, un poeta siriano, oppositore del regime di Assad, condannato a 15 anni di lavori forzati;  pur senza carta e penna per scrivere, in carcere aveva composto centinaia di versi, che aveva mandato a memoria. “La poesia mi ha aiutato a imprigionare la mia prigione, è stata una difesa attiva”  aveva scritto al riguardo.

Da qui il nucleo del mio dire sulla forza liberatoria della scrittura. E della poesia nello specifico: esperienza di verità e parola di libertà, che non conosce frontiere etniche, culturali, di classe, di genere, la cui pratica, pur se non arriva all’arte, può però diventare conforto e terapia.  E possibilità interiore di affrancarsi da ogni vincolo.

Quell’indecifrabile attesa divenne progressivamente curiosità, attenzione e coinvolgimento sentimentale. Me ne accorsi quando su una lavagna, prontamente approntata, procedemmo alla composizione collettiva di un acrostico. Cominciai io, con la prima delle lettere del nome e del cognome scritte in verticale, ma furono loro, tra sorpresa e divertissement, a suggerire lettera dopo lettera, parole e immagini per costruire la poesia, che soprattutto nel sentimento amoroso trovava tensione ed espressione. Ne venne fuori un testo non male.

“Che titolo diamo a questa poesia?”, mi chiesero.  

Tentativo dopo tentativo, insieme lo trovammo: Poesia della condivisione, fu scritto in cima ad essa.

In attesa del successivo incontro, previsto nella seconda metà di Aprile, le invitai a scrivere dei piccoli testi, in totale libertà tematica ed espressiva attingendo dal loro vissuto, dalle loro emozioni, le parole di quelle scritture.

I compiti per casa!” disse una.

“Per cella!” intervenne un’altra con leggera ironia.

Le due ore stavano per finire.

Fu una sorta di lotta contro il tempo, la conclusiva lettura delle poesie della piccola antologia, ascoltate tutte con profonda attenzione fino all’ultima: le visionarie  e liberate Vocali di Rimbaud.

Maria Attanasio

Caltagirone 8 Aprile 2018