Dalla veranda della sua casa in Massachusetts, Ocean Vuong si presenta agli spettatori del Salone del Libro EXTRA intervistato da Claudia Durastanti, traduttrice dell’ultimo romanzo dell’autore Brevemente risplendiamo sulla terra.

Il libro racconta la storia di un bambino che con la mamma e la nonna dal Vietnam si stabilisce in America in cerca di un futuro migliore.

La storia si concentra sulla ricerca e riacquisizione della propria identità nel tentativo di inserirsi in un nuovo ordine sociale. Un tema che molti altri romanzi raccontano è trattato in un modo originale: in un mondo in cui le due donne si ritrovano senza potere e margine di azione, l’unico strumento gratuito con cui possono riprendere il controllo è la lingua. Una lingua che risulta come mescolanza frammentata dell’americano collettivo e di un vietnamita che in questa nuova realtà si sono dovute lasciare alle spalle.

Il modo più evidente in cui si appropriano dell’uso della lingua si può individuare nel nome che scelgono per il bambino: Little Dog. La scelta è dovuta alla volontà di proteggerlo dagli spiriti maligni, che di fronte a un nome del genere si sarebbero convinti di trovare un bambino poco interessante.

Come già detto, la lingua utilizzata da Vuong è frammentaria. Infatti, come afferma Claudia Durastanti, nella sua traduzione è ricorrente il termine “schegge”, per il quale ha deciso di non utilizzare sinonimi. Questa scelta può essere ricondotta a un’esperienza passata dello scrittore, che a seguito di un suo intervento a Palazzo Reale a Milano, ha la possibilità di visitare una stanza del Palazzo che conservava i segni della seconda guerra mondiale. Sulle pareti infatti si potevano notare fratture larghe come un braccio. A ricordare questa visione, Vuong si è commosso come la prima volta e ha riflettuto su come sia importante conservare i “segni della verità”, come dice lui stesso. Secondo lui non è corretto pensare che creare un’opera d’arte completa corrisponda a creare qualcosa di levigato e di forma perfetta, ma che la bellezza può essere trovata anche nelle imperfezioni.

La sua non è un’opera solo di narrativa, ma è molto influenzata anche dalla poesia: secondo lui non è da considerare una scelta rivoluzionaria o originale, perché la mescolanza di questi due generi è comune nella tradizione letteraria ed è riconducibile fino ad Omero o a Dante. Un genere come la poesia non poteva essere ignorato dall’autore, in quanto a suo dire è quello che attraverso la frammentazione della sua forma delle terzine o delle strofe cerca la coesione e l’unità.

La lingua non è solo il modo in cui le due donne cercano la loro strada, ma è anche lo strumento con cui Little Dog e lo stesso Vuong tentano di rivendicare la propria identità. Infatti spesso gli immigrati di seconda generazione vengono spinti a sopprimere il legame con la loro cultura e a conformarsi a quella del paese in cui si trovano. Ma Vuong sottolinea come quello non sia mai stato il suo desiderio, e come il modo in cui lui e tanti altri come lui cercano di ritrovare se stessi sia proprio l’immaginazione.

Il romanzo può essere considerato una lettera che l’autore vorrebbe inviare alla propria madre, che tuttavia non può riceverla. Proprio per questo è anche una conversazione che Vuong instaura con se stesso e una sfida che intraprende per scoprire nuovi aspetti dell’uso della lingua.

Eleonora Liberti e Martina Catino, Liceo Alfieri, Torino