Santiago Elordi, poeta, narratore, giornalista, si pone in totale controtendenza rispetto alla poesia cilena oggi più letta e apprezzata il cui carattere predominante è un’epica del dolore. Scrittori e poeti contribuiscono ad esportare un’immagine parziale e di totale sofferenza del suo Paese, concentrandosi sugli anni della dittatura di Pinochet, riproponendo sempre le stesse tematiche, gli stessi argomenti e luoghi comuni. Per aprire una linea di rottura, lo scrittore deve cercare la poesia ovunque essa si trovi liberandola delle rigide divisioni tra generi letterari. In un’ottica crociana non è più il contenuto a caratterizzare un testo, ma la rinnovazione formale intesa come il rifiuto della poetica egemone, rifuggendo i circuiti convenzionali di produzione artistica per costruire relazioni colloquiali e versatili. Lungo questo percorso, Elordi arriva a criticare la poesia nerudiana che, costruita su un linguaggio molto elaborato, necessita di una solida preparazione linguistica per essere compresa. Per questo, Carta a la Reina de Inglaterra è un lettera poetica, colloquiale, semplice e satirica, che riprende la tradizione rinascimentale e quella oraziana. La presentazione della pubblicazione ha suscitato diverse critiche e perplessità tra il pubblico: l’esperienza della vita sotto il regime fascista è ancora una ferita aperta nella storia del Cile, ancora troppo recente per essere interiorizzata e relegata ad una produzione di testimonianza e memoria. D’altra parte, a fini commerciali o di distribuzione e fruizione a livello mondiale, una poesia che parli di reale sofferenza e di dolore sincero può arrivare al lettore esattamente come una produzione più legg

era e gioiosa.

Irina Aguiari, Irene Cavallari

Liceo Ariosto