Uscirà a maggio L’alterità che ci abita, Donne migranti e percorsi di cambiamento.
Dieci anni del Concorso letterario nazionale 
per Edizione Seb 27. Di seguito la presentazione del libro e le interviste a Giuseppina Corrias, Betina Lilian Prenz, Luisa Riccarlone, Paola Marchi, Aida Ribero e Valentina Porcellana.

Condividere il mondo. Condividerlo perché nessuno può dirsi padrone, neppure della propria patria; perché tutte e tutti abbiamo bisogno d’essere riconosciute/i per esistere; perché siamo bisognose e bisognosi di amore; perché il mondo è globale, interconnesso e interdipendente. Stare insieme nel mondo. Questa la sfida del nostro presente. Esistono, certo, lingue nazionali e patrie ma esiste oggi, più di sempre, una lingua e una terra madre. Di tutte e tutti. Accoglienza, interazione, scambio, narrazione, ascolto, condivisione sono solo alcuni dei nomi di questa lingua materna a cui corrispondono le innumerevoli pratiche che nei luoghi più disparati del nostro pianeta cambiano la realtà e diventano da un lato catalizzatori in un percorso di personale individuazione creativa, dall’altro elementi determinanti di evoluzione collettiva. Ecco quindi un insieme di L'alterità che ci abitasaggi delle docenti e studiose (italiane e straniere) del Gruppo di studio del Concorso “Lingua Madre”. Una raccolta per riflettere sul tema della migrazione, attraverso la lettura situata di tante voci di donne. Il pensare delle donne e il loro sentire differentemente abbraccia il mondo, l’alterità che ci abita si sta tramutando in un patrimonio umano universale. Questa è la storia vivente che le migrazioni pongono tutti i giorni sotto i nostri occhi ed è qualcosa di unico e di nuovo. Quando nel 2013 l’allora Ministra per l’Integrazione Cécile Kyenge partecipò alla premiazione del Concorso, esordì dicendo che avrebbe voluto eliminare la consonante g: avrebbe preferito, cioè, che il suo Ministero fosse dell’Interazione, sottolineando l’importanza della relazione e dello scambio, nel rispetto delle differenze. E della differenza.Lo stesso concetto è espresso efficacemente da Lydia Keklikian, una delle autrici del Concorso, nel suo racconto: «Le persone devono interagire come gli ingredienti del tabboulé. Non devono sciogliersi le une nelle altre, non devono perdere la propria entità culturale, ma devono mantenere i loro diversi sapori, colori e consistenza, fare in modo di comporre una realtà colorata, vivace e appetitosa, che stuzzica il desiderio di ognuno di conoscersi a vicenda». Al di là dell’occasione puramente celebrativa, questo è dunque il senso politico di tutto il lavoro svolto in dieci anni dal Concorso letterario nazionale “Lingua Madre” e anche il senso di questo volume.

Interventi di: Giuseppina Corrias, Daniela Fargione, Lucia Ghebreghiorges, Paola Marchi, Valentina Porcellana, Betina Lilián Prenz, Migena Proi, Aida Ribero, Luisa Ricaldone.

INTERVISTA A GIUSEPPINA CORRIAS

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

Itinerari d’esilio 

in “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27

http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

1)  Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alteritá che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Come è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

Gli incontri con il gruppo sono stati per me un’esperienza vitale e coinvolgente. Ho conosciuto altre donne molto speciali e approfondito la relazione con quelle che già conoscevo e questo allargamento del cerchio di carne, cioè di quelle relazioni tra donne che ti mettono in moto il pensiero ma anche accrescono l’ammirazione verso altri esseri del tuo stesso sesso, rafforza l’autostima e anche  la fiducia che il cambiamento della realtà passi proprio attraverso questa politica quotidiana della differenza nelle relazioni.

2)  Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa si intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

Lettura situata è un modo di dire inventato  parecchio tempo fa da Aida Ribero e che io ho ampiamente spiegato nel mio testo chiamandolo anche circolo ermeneutico sessuato. Intanto è un pensiero che nasce in presenza, ossia in una relazione con altre donne, non perché si scriva a più mani o perché si citino altre, quanto piuttosto perché ciascuna si fa carico di ciò che l’altra donna – sia l’autrice del testo in questione sia l’altra presente di fronte a noi in carne ed ossa – sta cercando di mettere al mondo. Non si tratta cioè di prendere un manufatto e applicare ad esso una serie di regole interpretative ma piuttosto di assumere una postura che ci porti a non dimenticare il nostro essere donne, anzi che faccia di questo il nostro punto di forza.

3)  Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Quello della migranza, come io la definisco nel mio testo, cioè quella dimensione di taglio, esilio, inappartenenza che caratterizza ogni partenza, ogni distacco, ogni movimento, qualunque ne sia la ragione e che è connaturata forse alla vita stessa, per cui siamo tutti/e migranti.

4)  A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

Capita a volte di sentirsi straniere perfino a se stesse! Non parlerei, tuttavia, di “identificazione”. Anche a questa domanda ho risposto nel testo, chiarendo l’origine della mia scrittura e di questo modo situato di porsi col testo dell’altra e in dialogo con le altre a cui la scrittura, così come il pensiero, è rivolto. Io credo che l’immedesimazione sia una forma a cui ci hanno abituato opere in cui le “eroine” nascevano da un immaginario maschile, in cui  spesso gli autori manifestavano parti di sé, per definizione non virili, anomale… Insomma era sempre il Medesimo il protagonista, l’interlocutore e l’autore. Si può pensare, tanto per fare gli esempi più famosi, alla Laura di Petrarca, a Madame Bovary di Flaubert o alla stessa Lucia di Manzoni ma anche a tutta la produzione rosa o popolare. Ma come se non bastasse anche quando le donne sono diventate autrici di se stesse, una lettura accademica o semplicemente canonica, ne ha svilito e spesso frainteso il pensiero. Penso a Deledda, infilata di forza nel Decadentismo e dunque trovata “inadeguata”; all’Agnese della Renata Viganò,  guardata come una “contadina” e perciò stesso totalmente fraintesa e esaltata o ridimensionata secondo logiche che in quanto donna e lavandaia non le appartenevano minimamente. No, non si tratta di identificazione ma piuttosto di allargare il cerchio di carne  di cui ho già detto e lasciare che le voci conservino il loro timbro di donne che godono, soffrono, cantano, gridano, camminano  accompagnandole col nostro. Come quando da bambine entravamo a saltare nell’onda della corda e ci  accompagnavamo tutte insieme nel movimento, cantilenando il tempo: arancio limone mandarino….. E questo era l’esercizio in cui imparavamo, giocando insieme, a stare al mondo. Ecco, il gruppo è stato tutto questo. Un modo per stare al mondo e imparare a starci da donne. Se è possibile, con agio.

INTERVISTA A BETINA LILIÁN PRENZ

Università di Trieste

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

Donne in Cammino. L’alterità che ci abita 

in “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27

http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

1) Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alterità che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato il Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Com’è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

Io, in realtà, sono un’infiltrata dell’ultimo momento. Voglio dire, che non ho partecipato alle discussioni del Gruppo nel corso dei due anni, ma sono venuta a conoscenza della preparazione del volume, quando le discussioni erano già giunte a termine. Ho però avuto l’opportunità di parlare con Pinuccia Corrias, in occasione della presentazione dell’Antologia Lingua Madre 2014 (io avevo partecipato in quello stesso anno al Concorso con un mio racconto, arrivando seconda classificata), la quale mi ha messo al corrente di come era nata e di come era stata gestita l’idea a partire dalla quale poi sono stati elaborati i saggi del volume. Siccome il tema della migrazione è sempre stato al centro dei miei interessi, e siccome oltre ad aver scritto un racconto sull’argomento, mi sarebbe piaciuto poter dire anche qualcosa sui racconti delle altre, mi sono offerta, un po’ avventatamente, per presentare anche io un mio contributo. I tempi erano stretti, ma Daniela Finocchi mi ha gentilmente regalato questa possibilità. Chiaramente, dandomi le direttive sulle linee guida che si erano delineate nel corso delle discussioni, facendomi leggere alcuni dei saggi e sottoponendo il mio contributo alla lettura di tutte le componenti del Gruppo.

2) Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa s’intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

Per me lettura situata significa una lettura fatta a partire, in primo luogo, dalla propria consapevolezza di essere donna; in secondo luogo, significa una lettura fatta a partire da sé, dal proprio vissuto, dalla proprie esperienze, e non soltanto in quanto donna, ma  nel mio caso, anche in quanto donna migrante. E’ dunque, per me, un modo di ricondurre l’analisi del testo alla concretezza della “situazione”. Questa parola, “situato”, è una parola dalla quale noi, in quanto donne, e anche in quanto uomini, non possiamo mai prescindere, perché siamo sempre essere umani situati: siamo donne e uomini in carne ed ossa, siamo delle singolarità incarnate, abbiamo un corpo, e siamo dunque esseri sessuati; siamo inoltre esseri viventi in concrete relazioni sociali, viviamo infatti in un determinato spazio, in un determinato tempo, sempre in relazione con altri/altre (di cui non possiamo fare a meno), e ci è impossibile esulare dal contesto in cui ci troviamo. Quindi, detto altrimenti, siamo le esperienze che facciamo, nella nostra peculiarità di esseri sessuati. Io ho quindi letto i racconti a partire dalla consapevolezza che il mondo è abitato da uomini e da donne e che i racconti sono stati scritti da donne: è stata la lettura di me come autrice di un racconto (donna straniera in Italia) che parla di racconti di altre autrici (donne straniere in Italia).

 3) Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Ho voluto ripercorrere, attraverso i racconti, le tappe di quel viaggio che necessariamente sta all’origine di qualsiasi migrazione, o in cui consiste ogni migrazione (ogni vita da migrante), in una sorta di fenomenologia del viaggio, toccando i punti fondamentali che ricorrono, più o meno, nella maggior parte dei racconti, seppure vissuti, elaborati, nei modi più svariati. Ad esempio, è ovvio che all’inizio ci sia una partenza, che rappresenta un distacco originario, un abbandono, oppure ancora un tradimento; un distacco dalla propria terra, che spesso è distacco dalla propria madre, che porta in sé dolore e lacerazione, a cui segue un arrivo, a volte accompagnato da paura, a volte da un totale spaesamento, a volte dalla pura costatazione della differenza. E poi, la faticosa presa di coscienza di stare sospesi tra due mondi, la necessità di dare un qualche significato al nuovo vissuto, di adattarsi alle nuove circostanze, tra desiderio di accettazione e radicamento, da una parte, e nostalgia per il paese d’origine dall’altra. A volte il dolore del distacco originario si tramuta in felicità dell’accoglienza nel nuovo paese; a volte, il dolore persiste nel mancato riconoscimento di quello che si è da parte degli altri. Molti racconti esaminano proprio la lenta metamorfosi che la nuova arrivata sperimenta e che spesso sfocia nella sensazione di essere sì straniera nel paese in cui si arriva, ma anche di diventare straniera nel paese da cui si è partiti. Infine, una volta insediata nel nuovo paese – bene, male, dipende – il ricordo che si fa pressante, la memoria che vuole essere tradizione: la trasmissione di madre in figlia del passato affinché la costruzione della nuova identità continui ad affondare le radici, in qualche modo, nella terra che si è abbandonata.

Ecco, mi è sembrato che ripercorrere le tappe di questo viaggio, che è come andare a vedere i processi implicati nella costruzione di una nuova identità, fosse interessante per vedere come dietro delle costanti (partenza, distacco, arrivo, metamorfosi, memoria) si nascondono infiniti mondi esperenziali diversi, perché dietro alla parola “migrazione”, ci può essere l’apertura di un mondo luminoso, carico di arricchimento personale e progresso, come anche un mondo buio di dolore e frustrazione dal quale è difficile liberarsi.

Nei nostri “percorsi di cambiamento” dovremmo puntare a che la luminosità prevalga sul buio e che l’integrazione sia il punto di partenza per un arricchimento reciproco nella valorizzazione della differenza.

 4) A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

Io mi sono sempre sentita straniera, mi sento straniera e credo che continuerò a sentirmi straniera, pur trovandomi a casa nei paesi in cui ho vissuto e nel paese in cui attualmente vivo. Aggiungerei, anche nel mio paese d’origine. Attraversare paesi diversi non lascia indenni e finisce per creare un modo di esistere particolare, dove estraneità e appartenenza si mescolano per dar luogo a un’identità complessa, a volte difficile da sostenere, a volte prodiga di tante piccole ricchezze. Chi si porta dentro due o più mondi è per forza diverso da chi se ne porta dentro soltanto uno. E quindi resta uno “straniero” un po’ ovunque. In quanto donna e in quanto migrante, mi sono identificata o riconosciuta in qualcosa di ognuno dei racconti che ho letto. Ma soprattutto in questo aspetto a cui ho accennato brevemente: che noi, donne migranti, siamo per l’appunto un “noi” un po’ particolare; un “noi”, che proprio perché vive due o più mondi dall’interno (quello d’origine e quello acquisito), finisce per essere esterno, in qualche modo, tanto all’uno come all’altro mondo. Quindi, “straniere”, ma, aggiungerei, per una ritrovata e più proficua appartenenza.

INTERVISTA A VALENTINA PORCELLANA

Università di Torino

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

DOV’È LA MIA CASA?

in  “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27

http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

 

  1. Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alteritá che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Come è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

Per me è stata un’esperienza nuova, che mi ha turbato, commosso, interrogato… Non avevo mai avuto occasione di confrontarmi all’interno di un gruppo di sole donne (e che donne!), intergenerazionale, e che aveva riflettuto (e combattuto) per anni per l’affermazione del pensiero di genere. Avevo invitato Daniela Finocchi e Paola Marchi a lezione a parlare con i miei studenti e a leggere con loro alcuni dei racconti di Lingua Madre, era importante per me “far entrare” il concorso in aula, ma non mi aspettavo di “entrare” io stessa, in qualche modo, nel concorso… E poi, tra l’imbarazzo e l’emozione, ho ritrovato nel gruppo una delle mie docenti preferite ai tempi dell’università, Luisa Ricaldone. Ci ho messo un po’ a darle del tu… E poi due “mostri sacri” come Aida Ribero e Pinuccia Corrias e una collega tra le più brillanti dell’ateneo, Daniela Fargione. Insomma, donne da far tremare i polsi ad una come me, di una generazione che ha creduto (almeno per un po’) di poter vivere di rendita sulle conquiste delle proprie madri…

  1. Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa si intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

Per me non è stato semplice “partire da me” per rileggere i testi delle scrittrici del concorso, non è stato facile come non lo è prendere coscienza di sé, rileggendo la propria biografia a partire dai vissuti di altre donne. Ho accolto la proposta del gruppo con un po’ di resistenza. Ci ho messo molto tempo a scrivere il mio articolo, l’esercizio è stato più difficile del previsto perché il mio percorso di analisi su me stessa era (ed è) ancora in corso. Il tema scelto, quello della casa, racchiude i significati più profondi della vita di ciascuno di noi. Scrivere a partire da una “lettura situata dei racconti” è faticoso perché richiede di fermarsi, di ascoltarsi, non soltanto di ascoltare l’altro/a (in questo, come antropologa, sono abituata). Mettermi in gioco in prima persone è stato difficile, addirittura doloroso. Ho cercato il più possibile di sottrarmi, ma la forza del gruppo, di queste donne meravigliose, mi ha dato il coraggio di espormi (almeno un pochino…).

  1. Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Da alcuni anni mi interrogo sull’importanza della casa nella vita delle persone, lavoro fianco a fianco con persone che non hanno casa e io stessa mi sento ancora alla ricerca della “mia” casa. Non si tratta soltanto di mura e mattoni, ma di relazioni, senso di sicurezza, intimità con se stessi e con le persone che ci sono più vicine. E’ anche nutrirsi, lavarsi, prendersi cura di sé e degli altri, avere un luogo per gli affetti e l’amore. Insomma, la casa è un sistema simbolico complesso. Si sogna, si desidera, si abbandona, si perde, si riconquista… Le donne che hanno affrontato questo tema nei loro racconti portano con sé un ricordo, un sapore, un odore di quella cucina, di quella stanza da letto, di quell’angolo di casa in cui c’erano le persone più care, gli affetti più intimi…

  1. A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

Come ho scritto nel mio saggio, la pratica etnografica  che caratterizza il lavoro di un antropologo (e che spesso travalica i confini del lavoro per entrare in quelli della vita privata…) è stata spesso paragonata al viaggio, non solo perché prevede uno spostamento fisico del ricercatore, ma anche per la metafora a cui rimanda, un’esplorazione di mondi e quindi di sé. Un buon antropologo deve vivere, prima o poi, lo spaesamento, altrimenti non può lascirsi interrogare da ciò che lo circonda. Dunque “sentirsi straniero” è la prima sensazione che provo ogni volta che esploro un contesto nuovo, fino a quando mi sento di nuovo “a casa”, cioè quando trovo, per un certo tempo, il mio posto, per poi ripartire. Come fanno Martha e Susana nel racconto di Laura Gentili e tutte quelle donne che continuano a cercare se stesse e il senso profondo della loro vita.

INTERVISTA AIDA RIBERO

Saggista

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

LO SGUARDO DELLE DONNE 

in “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27 http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

1)  Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alteritá che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Come è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

I racconti presenti nei volumi di “Lingua madre” mi hanno dapprima incuriosita, per la  loro provenienza da una cultura per me diversa dal mondo femminile con cui avevo sempre avuto a che fare. Successivamente mi hanno coinvolta: per la freschezza, la fiducia, l’umanità che emanano. Ho capito che ero io a non avere la cultura necessaria per fare miei quei racconti. La sapienza occidentale, infatti, venata da alcuni grammi di superiorità e da un pizzico di cinismo, deve cedere le sue insegne al cospetto delle altre culture. Se si fa questo sforzo, da questa lettura gli eventuali preconcetti escono ridimensionati e la superbia sconfitta.

2)  Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa si intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

A maggior ragione questa riflessione ha motivo d’esistere quando a leggere i racconti è una donna che ha fatto l’esperienza del femminismo. Voglio dire che è quest’ultimo, il femminismo, che mi dato il pensiero della differenza, da cui discende la “lettura situata”. Situata entro lo sguardo sessuato dell’umanità, costituita da maschi e femmine, differenti tra loro. La visione della realtà intorno a noi dà esiti diversi in relazione all’ appartenenza sessuata di chi guarda. Così è per la lettura.

3)  Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Che cosa evidenzia con maggiore forza questa differenza? Il corpo. Le violenze sessuali sono sempre (o quasi) ad opera di un uomo su una donna. Per questo ho scelto i racconti che avevano questo tema.

E’ connesso alla violenza il desiderio di esercitate un potere, un dominio, capace di mantenere le prerogative sociali e personali di cui godono i maschi. Ne sono una controprova l’ uccisione della compagna o della moglie quando questa manifesta l’intenzione di riacquistare la propria libertà.

 4)  A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

La nostra società, come quasi tutte, è patriarcale. Questo vuole dire che nessuna di noi, se donna, può sentire a sua misura la società in cui è immersa. Anche chi è maggiormente cosciente delle ragioni che non le permettono di sentirsi a proprio agio è infastidita di fronte alle pubblicità misogine, oppure nel sentire un giudizio o un aneddoto improntato a svilimento o derisione della donna.

Non possiamo non dirci “straniere”, quando la nostra identità deve subire continui attacchi, così come lo sono le identità “altre” solo perché portatrici di una cultura che noi non conosciamo.

INTERVISTA A PAOLA MARCHI

Social media editor Concorso Lingua Madre e mediatrice familiare

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

NEL GREMBO DELLA SCRITTURA, NEL MONDO 

in “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27 http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

1) Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alteritá che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Come è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

Collaboro da cinque anni con il Concorso Lingua Madre e sono la più giovane del gruppo, ma questo non ha influito sulla considerazione e l’attenzione che le altre hanno dato alle mie osservazioni e ai miei punti di vista, anzi le riflessioni che sono nate, gli spunti e il grande lavorio attorno ai temi della migrazione e del femminismo si sono arricchiti e hanno dato dei frutti meravigliosi proprio grazie a questo confronto tra generazioni e grazie alla diversità dei percorsi e degli interessi di ognuna. Inoltre, mi sono sentita accolta e ascoltata in ogni momento, a conferma che la modalità che circolava fosse genealogica e non gerarchica, relazionale e non accademica. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di sperimentare quei gruppi di autocoscienza degli anni ’70 che non ho potuto vivere e frequentare, è stata un’incredibile opportunità per dire e dirsi in un contesto vivo e sempre in movimento. Con Aida, Pinuccia, Luisa, le due Daniela (Fargione e Finocchi), Valentina e Betina ci siamo prese e condotte per mano e, in circolo, abbiamo esplorato mondi e culture al femminile.

2) Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa si intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

Significa vivere corpo a corpo con l’immaginario dell’altra, significa riconoscere e riconoscersi attraverso il gioco di rispecchiamenti che la scrittura/lettura crea e favorisce, cogliendo dall’esperienza dell’altra qualcosa di te. Significa non limitarsi a indagare aspetti tecnici del testo, o letterari, o a cogliere dati e percentuali in prospettiva di un approccio sociologico o morale, ma lasciarsi andare a un dialogo con l’autrice e con il suo vissuto, con la consapevolezza che da quel dialogo in qualche modo ne uscirai trasformata.

3) Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Nel mio intervento faccio spesso riferimento al riconoscimento reciproco: gli anni passati a diretto contatto con tante storie e donne diverse che hanno concesso una parte di sé e del loro bagaglio, mi hanno permesso di tracciare un filo rosso con la mia esperienza e le mie emozioni di “migrante”, ampliando così un tracciato comune, ma sempre differente, che ha origine da mia madre e via via si arricchisce degli altri legami al femminile che ho intessuto nella vita.

4) A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

Credo che non sia necessario parlare un’altra lingua o avere un altro colore di pelle per sentirsi “straniera”. Fausta Cialente, scrittrice che ho avuto l’immenso piacere di scoprire grazie al mio lavoro di tesi sulla scrittura femminile e le grafie del sé (e grazie alla guida di Luisa Ricaldone, mia tutor di tesi), si definiva “straniera dappertutto”.  Anch’io mi sono spesso sentita così, ma le cose sono cambiate perché di questa condizione ne ho fatto un mio punto di forza, oggi la ritengo una prospettiva privilegiata. Anche nei racconti delle edizioni più recenti del Concorso sembra che molte autrici abbiamo raggiunto una sorta di consapevolezza sulle grandissime risorse e le possibilità della non-appartenzenza, della non-definizione a tutti i costi.

Devo molto alle tante donne migranti, in cammino come me, che si sono raccontate in questi anni. Perché si sono concesse attraverso la scrittura, aprendo spazi di realtà e significato. Ed è con il desiderio di ritrovare in ogni storia un pezzetto di me e della mia storia che le ho lette e a mia volta riconosciute. La magia della scrittura si è compiuta davvero e con questa la pratica politica del continuum tra donne.

INTERVISTA A LUISA RICALDONE

Università di Trieste

Docente del Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre

Autrice del saggio

Donne in Cammino. L’alterità che ci abita 

in “L’alteritá che ci abita – donne migranti e percorsi di cambiamento – Dieci anni del Concorso letterario nazionale Lingua Madre”, a cura di Daniela Finocchi – Edizioni SEB27

http://www.seb27.it/content/alterità-che-ci-abita

 

1) Il lavoro di analisi dei testi convogliato poi nel volume L’alterità che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento ha impegnato il Gruppo di Studio del Concorso Lingua Madre per oltre due anni. Com’è stata per lei questa esperienza e cosa ha significato?

Io, in realtà, sono un’infiltrata dell’ultimo momento. Voglio dire, che non ho partecipato alle discussioni del Gruppo nel corso dei due anni, ma sono venuta a conoscenza della preparazione del volume, quando le discussioni erano già giunte a termine. Ho però avuto l’opportunità di parlare con Pinuccia Corrias, in occasione della presentazione dell’Antologia Lingua Madre 2014 (io avevo partecipato in quello stesso anno al Concorso con un mio racconto, arrivando seconda classificata), la quale mi ha messo al corrente di come era nata e di come era stata gestita l’idea a partire dalla quale poi sono stati elaborati i saggi del volume. Siccome il tema della migrazione è sempre stato al centro dei miei interessi, e siccome oltre ad aver scritto un racconto sull’argomento, mi sarebbe piaciuto poter dire anche qualcosa sui racconti delle altre, mi sono offerta, un po’ avventatamente, per presentare anche io un mio contributo. I tempi erano stretti, ma Daniela Finocchi mi ha gentilmente regalato questa possibilità. Chiaramente, dandomi le direttive sulle linee guida che si erano delineate nel corso delle discussioni, facendomi leggere alcuni dei saggi e sottoponendo il mio contributo alla lettura di tutte le componenti del Gruppo.

2) Voi parlate di “lettura situata dei racconti”, cosa s’intende e in cosa si differenzia da una normale analisi dei testi?

Per me lettura situata significa una lettura fatta a partire, in primo luogo, dalla propria consapevolezza di essere donna; in secondo luogo, significa una lettura fatta a partire da sé, dal proprio vissuto, dalla proprie esperienze, e non soltanto in quanto donna, ma  nel mio caso, anche in quanto donna migrante. E’ dunque, per me, un modo di ricondurre l’analisi del testo alla concretezza della “situazione”. Questa parola, “situato”, è una parola dalla quale noi, in quanto donne, e anche in quanto uomini, non possiamo mai prescindere, perché siamo sempre essere umani situati: siamo donne e uomini in carne ed ossa, siamo delle singolarità incarnate, abbiamo un corpo, e siamo dunque esseri sessuati; siamo inoltre esseri viventi in concrete relazioni sociali, viviamo infatti in un determinato spazio, in un determinato tempo, sempre in relazione con altri/altre (di cui non possiamo fare a meno), e ci è impossibile esulare dal contesto in cui ci troviamo. Quindi, detto altrimenti, siamo le esperienze che facciamo, nella nostra peculiarità di esseri sessuati. Io ho quindi letto i racconti a partire dalla consapevolezza che il mondo è abitato da uomini e da donne e che i racconti sono stati scritti da donne: è stata la lettura di me come autrice di un racconto (donna straniera in Italia) che parla di racconti di altre autrici (donne straniere in Italia).

 3) Il suo saggio quale aspetto approfondisce e perché?

Ho voluto ripercorrere, attraverso i racconti, le tappe di quel viaggio che necessariamente sta all’origine di qualsiasi migrazione, o in cui consiste ogni migrazione (ogni vita da migrante), in una sorta di fenomenologia del viaggio, toccando i punti fondamentali che ricorrono, più o meno, nella maggior parte dei racconti, seppure vissuti, elaborati, nei modi più svariati. Ad esempio, è ovvio che all’inizio ci sia una partenza, che rappresenta un distacco originario, un abbandono, oppure ancora un tradimento; un distacco dalla propria terra, che spesso è distacco dalla propria madre, che porta in sé dolore e lacerazione, a cui segue un arrivo, a volte accompagnato da paura, a volte da un totale spaesamento, a volte dalla pura costatazione della differenza. E poi, la faticosa presa di coscienza di stare sospesi tra due mondi, la necessità di dare un qualche significato al nuovo vissuto, di adattarsi alle nuove circostanze, tra desiderio di accettazione e radicamento, da una parte, e nostalgia per il paese d’origine dall’altra. A volte il dolore del distacco originario si tramuta in felicità dell’accoglienza nel nuovo paese; a volte, il dolore persiste nel mancato riconoscimento di quello che si è da parte degli altri. Molti racconti esaminano proprio la lenta metamorfosi che la nuova arrivata sperimenta e che spesso sfocia nella sensazione di essere sì straniera nel paese in cui si arriva, ma anche di diventare straniera nel paese da cui si è partiti. Infine, una volta insediata nel nuovo paese – bene, male, dipende – il ricordo che si fa pressante, la memoria che vuole essere tradizione: la trasmissione di madre in figlia del passato affinché la costruzione della nuova identità continui ad affondare le radici, in qualche modo, nella terra che si è abbandonata.

Ecco, mi è sembrato che ripercorrere le tappe di questo viaggio, che è come andare a vedere i processi implicati nella costruzione di una nuova identità, fosse interessante per vedere come dietro delle costanti (partenza, distacco, arrivo, metamorfosi, memoria) si nascondono infiniti mondi esperenziali diversi, perché dietro alla parola “migrazione”, ci può essere l’apertura di un mondo luminoso, carico di arricchimento personale e progresso, come anche un mondo buio di dolore e frustrazione dal quale è difficile liberarsi.

Nei nostri “percorsi di cambiamento” dovremmo puntare a che la luminosità prevalga sul buio e che l’integrazione sia il punto di partenza per un arricchimento reciproco nella valorizzazione della differenza.

 4) A lei è mai capitato di sentirsi “straniera” o di identificarsi con qualcuna delle protagoniste dei racconti che ha letto? Può spiegare in che modo e perché?

Io mi sono sempre sentita straniera, mi sento straniera e credo che continuerò a sentirmi straniera, pur trovandomi a casa nei paesi in cui ho vissuto e nel paese in cui attualmente vivo. Aggiungerei, anche nel mio paese d’origine. Attraversare paesi diversi non lascia indenni e finisce per creare un modo di esistere particolare, dove estraneità e appartenenza si mescolano per dar luogo a un’identità complessa, a volte difficile da sostenere, a volte prodiga di tante piccole ricchezze. Chi si porta dentro due o più mondi è per forza diverso da chi se ne porta dentro soltanto uno. E quindi resta uno “straniero” un po’ ovunque. In quanto donna e in quanto migrante, mi sono identificata o riconosciuta in qualcosa di ognuno dei racconti che ho letto. Ma soprattutto in questo aspetto a cui ho accennato brevemente: che noi, donne migranti, siamo per l’appunto un “noi” un po’ particolare; un “noi”, che proprio perché vive due o più mondi dall’interno (quello d’origine e quello acquisito), finisce per essere esterno, in qualche modo, tanto all’uno come all’altro mondo. Quindi, “straniere”, ma, aggiungerei, per una ritrovata e più proficua appartenenza.