Ero lì sul treno. Da Porta Garibaldi andava in Piemonte.Una macchina mi attendeva fuori dalla stazione di Vercelli e la giornata sarebbe proseguita tra le risaie e Trino, il paesino che mi aveva adottato.

L’istituto alberghiero Galileo Ferraris mi avrebbe fatto posto, mi avrebbe lasciato stare tra loro: tra i loro percorsi didattici; tra i loro laboratori, le loro tavole imbandite e le loro idee culinarie.

Tutto è incominciato quando la professoressa di Lettere mi fece entrare, quasi di soppiatto, tra i loro brusii e i loro minuti liberati tra una lezione e l’altra, mentre il sole, di questa prima giornata fuggita da una primavera in ritardo, si scalmanava tra i banchi e le finestre aperte sul parco ancora silenzioso.
Un poeta a scuola! Un poeta vivo tra noi! Era questo che leggevo sui loro volti, che intravedevo tra i loro sguardi.

Avevano giorni prima, letto alcune poesie della mia ultima raccolta “Il cane di Giacometti” (Marcos y Marcos) e col la loro “guida” si erano immersi nelle miriadi di vite che una parola sola, in poesia, può aprire e far conoscere. C’erano occhi sicuri delle parole che avevano rubato dalle mie pagine, altri sospettosi e alcuni increduli. Ma c’era anche la sospettosa e chi proprio non voleva saperne della poesia, ma tra tutti si era insinuata una bellissima complicità, una splendida “follia” e da lì, da quei territori oscuri e lucenti insieme, la poesia iniziava a circolare.

La lettura dei testi saltellava da un banco all’altro e le parole erano come lanciate in aria e tutti a guardarle ridiscendere da chissà dove, sparate da chissà chi, proprio come quando dalla spiaggia si guardano i fuochi artificiali festeggiare l’estate.
Alcune cadevano lontane, altre scoppiavano proprio sulle nostre teste e le più ardite esplodevano dentro, lasciandoci spazi dove restare increduli e colpiti.
È continuata così la nostra viandanza tra le parole: loro avevano incontrato una parola salvata da qualcuno e io avevo incontrato occhi dove salvarmi ancora.

La campanella dopo due ore prese a suonare: tutto stava per finire! È da lì che ci siamo dispersi poi: chi tra i corridoi, chi sulle scale e l’aula iniziò a rimanere sola. Ma c’era ancora qualcosa lì dentro: qualcuno restava a sorvegliare quel saltellare di parole tra una fila e l’altra dei banchi. Forse un merlo! Era lui questa volta a raccontare un’altra storia; una di quelle storie che incominciano sempre e che ogni mattina inizia proprio da qui, da loro. La poesia la si può davvero chiamare in tanti modi……
Il treno tornava a Milano…

Stefano Raimondi, Trino 6 aprile 2018

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