Il risveglio della dignità della popolazione e la ricerca della democrazia.

Mercoledì 19 marzo, per il Festival Dedica a T.B. Jelloun,  si è tenuta al convento San Francesco una conferenza in cui si è discusso della primavera araba, ovvero della lunga transizione araba verso una forma di democrazia e di graduale allontanamento dal condizionamento religioso.

L’intervista al professore Renzo Guolo, docente di Sociologia all’università di Padova ed all’inviata de “La Stampa” per il Medio Oriente, Francesca Paci, è stata condotta dal giornalista del quotidiano “Il Piccolo” Alessandro Mezzana Lona.

“E’ corretto  parlare di primavera araba?”.

Il professore Guolo ha subito precisato che è più corretto parlare di “transizione”, in quanto è assurdo pensare che un mondo con una tradizione secolare possa cambiare in pochi mesi.

“Questo processo è davvero iniziato nel 2010, quando Mohamed Bouazizi si diede fuoco diventando la scintilla della “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia, immolandosi sull’altare di una società arcaica?” Possiamo dire per certo che ha avuto origini molto precedenti e il gesto di Bouazizi è stato solo il fattore scatenante.

Una discreta crescita culturale ha portato alla creazione di un ceto medio informato ma senza prospettive, se non quella di “tenere su i muri con le scarpe”. L’aumento della consapevolezza politica ha motivato il cosiddetto “Partito del Divano” a prendere posizione, facendolo scendere in piazza per chiedere dignità.

Hanno contribuito anche importanti fattori internazionali: Bush aveva stipulato un patto tra regimi e USA, retto sulla garanzia del controllo sul terrorismo islamico, particolare preoccupazione del mondo occidentale dopo l’11 settembre.

Ma, nel 2009, quando Obama è stato eletto presidente, l’interesse degli Stati Uniti si è spostato dall’area mediterranea a quella Pacifica, affidando all’Europa il testimone. L’ Europa però ha solo un mercato comune ma non una politica estera, di conseguenza non è in grado di garantire un adeguato controllo sul Medio Oriente.

A confermare il cambio della linea politica statunitense è stata la frase pronunciata da Obama al Cairo: “Gli Stati Uniti non diranno mai di no ai popoli che vogliono dignità. Non ci interessa uno scontro tra culture, ma solo la democrazia”.

Trovandosi nella stessa situazione della Tunisia, sono insorti anche l’Egitto, la Libia e la Siria.

“Ma a cosa hanno portato queste transizioni?”

Sicuramente hanno evidenziato il fallimento dei governi di base religiosa, ovvero dell’Islam politico.

Un esempio lampante è l’Egitto dove il governo dei fratelli musulmani, rappresentato da Mohamed Morsi, è stato fatto cadere dopo solo un anno. Hanno aperto due possibili strade: la scelta di un governo radicale, che si basa sulla Sharia, oppure di un governo fondato su morali religiose ma politicamente indipendente.

“Queste transizioni hanno avuto tutte lo stesso decorso? Hanno tutte seguito gli stessi passaggi?”

Mentre l’Egitto è riuscito a cacciare Hosni Mubarak e si è trovato a votare una nuova costituzione, la situazione siriana è molto diversa: si ha un triplice conflitto, l’opposizione al regime di Hassad si è divisa in un ulteriore conflitto tra Sunniti e Sciiti, che a sua volta ha creato una guerra parallela tra gli sponsor di questi due gruppi.

Questi cambiamenti politici hanno obbligato a rivedere tutte le alleanze internazionali: ad esempio l’Egitto è diventati filo-russo, ed ha creato un’alleanza con l’Arabia Saudita, che però si sta scontrando con la Russia in territorio siriano, in quanto la prima sostiene l’opposizione, la seconda il regime di Hassad.

Si sono creati degli stati smarriti che cercano l’appoggio europeo e statunitense, solo che America ed Europa seguono questi conflitti senza comprenderli, creando spesso solo ulteriore confusione.

Sono società fortemente deresponsabilizzate, con la convinzione che ci sia sempre qualcuno dietro, fin da piccoli portati a pensare “anti”: nelle loro scuole si studia a memoria e la storia nei loro libri di testo è quasi sempre modificata, facendo sembrare gli altri stati colpevoli. Questo crea un forte senso di individualizzazione, accentuato ogni volta che viene percepita una pressione esterna, in particolare quella americana.

Quindi le persone, “consumano americano, ma sognano europeo” guardando i governi dell’Europa come modello ideale da seguire.

“Davvero l’occidente conosce il Medio Oriente?”  Siamo sicuri che le informazioni trasmesse dai media corrispondano alla pura verità e non siano invece influenzate dagli stereotipi o addirittura censurate?”

Francesca Paci racconta un aneddoto emblematico: “Quando mi trovavo in Siria ho avuto modo di conoscere un pittore che con stile astrattista rappresentava il mondo che lo circondava. Alla domanda: “Ha mai dipinto figurativo?” l’uomo ha estratto un quadro della città di Hama, prima che nel 1982 il padre di Hassad la chiudesse e la radesse al suolo, facendo tra le venti e le trentamila vittime.

“Conosce Guernica, il quadro che Picasso ha dipinto dopo il bombardamento dell’omonima città?”

“Si”.

“Non c’è stata una sola Guernica”.

Alberto Calabretto, Alberto Parpinel, Guido Da Re, Andrea Pistelli, Sara Gaiotti, Liceo Grigoletti Pordenone