Prendi un kossovaro, un italiano, due rom e cinque magrebini… Non è una barzelletta, è una classe del carcere minorile di Torino. “Adotta uno scrittore” si chiama il progetto. E tu cosa gli racconti? Qual è la chiave con cui uno nato dalla parte fortunata del Mediterraneo e della società, può parlare a chi è nato dalla parte sbagliata? Qual è la cosa che vale per tutti, che non ti mette su un piedistallo e ti fa uscire dal ruolo di alieno piovuto da un altro pianeta nella monotonia della vita carceraria?
Il pallone. 
E così finisci a raccontargli della squadra di tuo figlio, allenata da “una guardia”, ovvero un agente di polizia penitenziaria, di gioie e dolori, avventure e disavventure, e destino incerto, e l’ultimo torneo, e la punizione sotto i piedi della barriera e del portiere… E loro ti ascoltano come se stessi raccontando le gesta di una grande squadra. Ma gli parli anche di Maradona, il campione cocainomane, e di Duncan Edwards, il campione bravo ragazzo, della “mafiosissima” FIFA, e dei diritti TV della Champions, da dove escono i soldi veri, e la discussione si accende, e una cosa tira l’altra e si finisce a parlare del rigore contro la Juve nella partita con il Real. Lo stiloso kossovaro milanista fa l’avvocato dell’accusa e l’italiano ex-giovanissimo della Juve fa l’avvocato della difesa, mentre lo scrittore quarantacinquenne modesto tifoso del Bologna è chiamato a fare il giudice. E si parla di applicazione rigida delle norme e delle pene (come ha fatto l’arbitro inglese) o di considerazione per le circostanze attenuanti (come rivendicava Buffon).
Una mattinata da ricordare. Poi il “Maestro Mario”, come lo chiamato tutti al Ferrante Aporti, ti regala il suo libro, che comincia col suo primo giorno lì dentro, trent’anni fa. E tutto torna. Sì, perché il suo primo impatto con i ragazzi reclusi è stato proprio nel campo da calcio dell’istituto. È lì che li ha trovati ed è lì che li ha riportati spesso, a liberare l’energia compressa, reclusa.
In tutto questo, certo, gli racconti anche la tua storia, cosa significa vivere di scrittura, farne un mestiere, avere a che fare con i libri, oggetti maledettamente complessi e lontani dalla loro vita. Perché alla fine di questo si tratta, pensi, di fare incrociare per un momento vite diverse, fortuna e sfortuna, fama e infamia, destini alternativi, la varietà del mondo. Senza la presunzione che serva, perché niente serve, e al tempo stesso tutto serve. Tu stesso sei lì per te, più che per loro, perché dentro non ci sei mai stato, le sbarre alle finestre non le hai mai avute, e vuoi sapere cosa celano quei muri alti. E ti trovi in una grande gabbia per uccelli cattivi,  dove il confine tra “noi” italiani/adulti/esterni e “loro” quasi tutti stranieri/ragazzi/reclusi è talmente netto da risultare imbarazzante. Per fortuna che c’è il calcio, che rimette tutti allo stesso livello, al tavolino delle stesso bar, in una sorta di archetipo esistenziale. E ci salva in corner.

L’incontro al CPIA è tutt’altra storia, appunto, anzi tutt’altre storie. È l’impatto con i nuovi italiani, persone immigrate qui da tutto il mondo, che imparano la nostra lingua e vogliono sapere, conoscere, imparare. Con loro l’universale è la lingua stessa. Decidi infatti di parlare di traduzione. Cosa significa tradurre da un contesto linguistico a un altro, da un paese a un altro. È la necessità della loro vita quotidiana, è il motivo per cui loro sono lì, e infatti domandano di tutto, non smettono di chiedere, di incuriosirsi. E anche se all’inizio ti sembra complicato spiegare che sei uno scrittore italiano, con un nome d’arte cinese, che scrive romanzi ambientati in varie parti del mondo, ti accorgi che invece non hanno alcuna difficoltà a capirlo e ad accettarlo. Magari fossero così tutte le presentazioni di libri che fai in giro.
Per certi versi, alla fine di questo breve viaggio fuori dalla tua zona di comfort, puoi dire di avere incontrato moltissimi stranieri-italiani, o meglio, di avere assaggiato il lato chiaro e quello oscuro dell’immigrazione, uno degli spauracchi che dominano il discorso pubblico e da bar nel paese dove sei nato e vivi. E pensi che dovresti averne di più di occasioni come questa, pensi che ogni scrittore che interroga se stesso e la realtà che lo circonda dovrebbe trovarsi in luoghi che non gli appartengono, che non gli sono consoni, dove gli vengano fatte domande inattese. Pensi che ogni scrittore dovrebbe sentirsi straniero in patria, cioè in mezzo a stranieri, costretto a costruire ponti di storie che parlino a tutti. Non c’è antidoto migliore alla cattiva letteratura.

Federico Guglielmi – Wu Ming 4

Leggi anche il resoconto del maestro Mario Tagliani dell’incontro di Federico Gugliemi con i ragazzi del carcere minorile Ferrante Aporti