Di Anna Bellinzas, Luca Sardo – Liceo Cavour.

Jugoslavia, 1990: la guerra civile giunge all’apice della violenza. A Belgrado, Gordana vive immersa nell’atmosfera cupa e disillusa che il conflitto ha generato: la legge non è più rispettata, i valori sono capovolti. Entrando in un bar, Gordana e la sua amica Maya si trovano davanti ad uno scenario a dir poco surreale: seduti vicino alla finestra, controllando la loro Jeep rigorosamente senza targa, stavano dei mafiosi che bevevano il caffè. Accanto alla tazzina, una pistola; accanto alla pistola, una striscia bianca di cocaina. Gordana e Maya non si scompongono. La guerra le ha costrette a non aver paura della paura stessa.

Nel suo libro “La normalità negata”, Gordana Grubač narra tutto questo in una raccolta di undici racconti semi-autobiografici, presentati oggi alla libreria Setsu-bun, che in modo molto suggestivo rendono l’idea di cosa significasse vivere in Jugoslavia durante quegli anni bui (in tutti i sensi, dal momento che perfino l’uso dell’energia elettrica era stato limitato dal regime). Il suo obiettivo non è tanto “raccontare le vicissitudini della guerra da un punto di vista prettamente storico, ma piuttosto descrivere il modus vivendi di coloro che la guerra l’hanno vissuta e sofferta sulla propria pelle”.

La guerra, inoltre, ha fatto sì che la mentalità serba, e più in generale jugoslava, sia fortemente regredita sul piano culturale: la donna infatti esce dalla vita sociale perdendo la dignità acquistata, ad esempio, sul posto di lavoro, posto che molto probabilmente non ha più.

Un altro spettro della guerra, che purtroppo riemerge ai giorni nostri, è l’immigrazione, oggi con i barconi, ieri a piedi. La situazione è purtroppo analoga: allora si compravano visti per passare la frontiera, oggi si fa altrettanto per attraversare il Mediterraneo.

Ti manca la Serbia?”

Non mi manca la Serbia, ma la Jugoslavia. Non per una forma di nazionalismo, ma per un motivo affettivo: mi sentivo parte di quel popolo jugoslavo. Ora la Serbia è un paese che faticosamente cerca di risollevarsi, essendo stato per decenni semplicemente allo sbando”

E’ questa la risposta di Gordana Grubač, una delle poche donne a possedere due nazionalità molto particolari: l’una, serba, che è molto giovane, insicura e fragile; l’altra, jugoslava, così vecchia da non esistere più.