Carolina, ragazza spagnola di 33 anni, laureata con il massimo dei voti, un Erasmus alle spalle e tante speranze davanti a sé. Uno stage di un anno a Barcellona per mille euro al mese poi più nulla. Quattro anni tra un lavoro e l’altro, senza alcuna stabilità, costretta a vivere con appena 700 euro mensili. Questo è uno dei tanti esempi di “generazione senza lavoro” di cui si è parlato oggi, 6 ottobre 2013, durante il dibattito giornalistico alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara.
L’Europa del sud presenta un tasso di disoccupazione giovanile altissimo e un mondo del lavoro in cui assumere sembra un’utopia per iter burocratici interminabili. Un tale clima di incertezza costringe sempre più persone a vivere grazie all’economia nera, unica soluzione apparentemente possibile nell’immediato.
Questa situazione sembra ancora più critica se confrontata con gli esempi “virtuosi” di Danimarca e Germania, due paesi del nord usati abitualmente come modelli teorici da seguire ma di difficile realizzazione pratica. Il loro tasso di disoccupazione è ai minimi storici e la mobilità lavorativa in entrata e uscita è più agevole che in altri contesti.
Il sistema che sembra funzionare meglio in assoluto è quello tedesco, dove i rapporti sempre vivi fra università e lavoro permettono ai giovani di sfruttare stage con valenza di apprendistato per trovare immediatamente un’occupazione al termine del loro percorso di studi.
A questo riguardo è intervenuta l’Unione Europea che propone la “ Garanzia Giovani”, un fondo da attivare nel 2014 che prevede l’attribuzione all’Italia di 1,3 dei 6 miliardi di euro messi a disposizione da Bruxelles. Tali finanziamenti andranno ai centri per l’impiego che dovranno investirli per proporre a ragazzi oltre i 25 anni nuovi percorsi di studi o un lavoro entro quattro mesi cercando di evitare la nota “fuga di cervelli” dai Paesi del sud europeo alla ricerca del lavoro tanto agognato.
Viene da chiedersi: quanta è l’influenza delle istituzioni europee su queste tematiche? Poca o, quantomeno, non sufficiente. L’UE non ha competenza diretta sulla questione del lavoro, che resta di pertinenza dei singoli stati membri, e non può andare oltre direttive europee che tendano a dare un orientamento comune. Due soltanto sembrano essere le soluzioni possibili: un’unificazione politica che limiti la sovranità nazionale e una maggiore informazione sulle iniziative messe in campo dalla Comunità.

Virginia Todarello, Liceo Alfieri
Riccardo Cavallari, Liceo Ariosto