La mattina di venerdì 19 maggio, presso il Caffè Letterario, si è tenuto un incontro tra due scrittrici, Elena Varvello e Laura Pugno, per presentare il quinto romanzo di quest’ultima, La ragazza selvaggia. Questo romanzo è molto particolare sia per la trama originale che per le tematiche affrontate e lo stile con cui è scritto, uno stile che cattura il lettore in poche pagine e gli fa porre domande sempre nuove.
In una fredda notte invernale Tessa, ultima ricercatrice rimasta presso una riserva naturale dove da molti anni si cerca di ricreare quel predominio della natura ormai assente nel mondo di tutti i giorni, trova nel bosco una ragazza sparita molto tempo prima, Dasha, ormai abituatasi alla vita selvaggia; sembra aver perso ogni minimo segno civiltà e umanità, tanto da incutere un timore animalesco. Il romanzo vuole far riflettere proprio su questo, sul confine tra natura e cultura che ormai non è più rappresentabile , spostandosi “più avanti ogni giorno”. Le due scrittrici hanno voluto paragonare il romanzo al famoso quadro del pittore statunitense Edward Hopper, Gas (Benzina), dove è rappresentato un bosco nettamente separato da una strada dalla civiltà.
Il bosco rappresenterebbe la fine, la morte, l’abbandono e la solitudine, ma anche il ritorno alla vita; è un luogo presente dentro ognuno di noi, che ci accomuna gli uni agli altri, rendendoci umani. Due brevi poesie sono state citate durante l’incontro: “Ogni inizio è infatti solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”, come scriveva Wislawa Szymborska, e “my beginning is my end” come invece esprimeva T. S. Eliot. Molto importante è anche la tematica della felicità e della complessità nel trovarla e raggiungerla: la felicità è un orizzonte che si sposta insieme a noi ma che ci resta sempre davanti. Tessa ci fa scoprire la felicità possibile, non quella stereotipata ma quella individuale, diversa rispetto ad ogni individuo.
Mentre molti scrittori spesso sono costretti a scegliere di curare più la trama e la storia rispetto allo stile e al linguaggio di un opera o viceversa; Laura Pugno è stata capace di creare un connubio perfetto tra le due, dal momento che per lei non c’è differenza tra la forma e la trama, esse sono un corpo unico e non c’è una storia che possa essere narrata al di fuori di una lingua, ma rinunciare alla lingua vorrebbe dire mutilare il potenziale della storia stessa.

Giulia Ambrosini, Filippo Moratelli

Liceo Alfieri Torino, Liceo Ariosto Ferrara