Molti e stimolanti i materiali prodotti durante questa adozione. La redazione di Adotta uno scrittore ringrazia sia l’autrice sia la classe per l’impegno dimostrato nel percorso del nostro progetto. Qui sotto trovate sia i link agli articoli di Farian Sabahi, che raccontano il percorso fatto in classe, sia gli articoli scritti dai ragazzi del del liceo Avogadro di Vercelli


Testo Uno - Superstizione

In tempi antichi ma non troppo antichi, c’era un ragazzo forte e determinato che girava di città in città  per aiutare i cittadini dalle rapine dei ladroni, che erano solite a quei tempi. Grazie alle sue qualità nessuno era in grado di fermarlo o di contrastarlo e uno per uno venivo sconfitti spudoratamente.
La leggenda narra però che prima di iniziare qualsiasi scontro il giovane bevesse una sostanza che tutti pensavano contenesse qualcosa di speciale ma che in realtà conteneva semplicemente acqua.
Il giovane era convinto che bevendo quel semplice bicchiere d’acqua potesse diventare invincibile, e contro i suoi ragionamenti nessuno poteva o riusciva a fargli cambiare idea.
Un giorno davanti a lui si presentò un gracile vecchio e malconcio barbaro che ancora un po’  cadeva per terra con un semplice soffio di vento, ma a causa del suo orgoglio volle ugualmente sfidare il temibile avversario. La gente questa volta che spesso accorreva numerosa al fine di non perdersi neanche un secondo delle super disfatte degli avversari questa volta non si avvicinò neanche tanto era scontata la vittoria.
Così come ogni volta il giovane tirò fuori dalla sua tasca la solita boccetta di acqua “magica” ma si accorse che era terminata, al che di colpo diventò super indifeso, di colpo aveva paura del suo avversario, non si sentiva più forte ma indifeso e debole. Così che anche il vecchio riuscì a sconfiggerlo.


Testo due - Il mio Tabù

Il Tabù nelle religioni primitive era un divieto sacrale per il quale certe persone o certi oggetti venivano considerati intoccabili, certe azioni non eseguibili, certe parole non pronunciabili. Oggi il tabù, è un divieto immotivato, un qualcosa che viene visto dalla comunità di cattivo gusto o di cui si ha paura e per questo è meglio non parlarne.
Il tabù di cui io oggi vorrei scrivere è la morte. Di morte non si parla mai, tutti siamo consapevoli del fatto che un giorno dovremo morire ma questo argomento emerge solo in pochi momenti della nostra vita, la maggior parte dei quali quando ci si rende conto che essa sta per avvenire. Perché? Io sinceramente in parte sento questo tabù, specialmente da quando, in maniera indiretta, sono venuta a contatto con la morte ma una parte di me si chiede quale sia la ragione di questo tabù? A volte mi sembra di violare la privacy di una persona parlando di morte, come se andassi a chiedere un’ opinione personale su un argomento di cui non ho nessun diritto di chiedere  e di sapere, come se volessi sapere qualcosa di cui sia opportuno o meglio non sapere. Eppure la morte come la vita pervade questo mondo, ne siamo immersi tutti i giorni e non possiamo scappare da essa. Arriverà quando vuole e si porterà via noi o i nostri cari. Forse parlarne di più ci aiuterebbe solo a accettarne la realtà.

C’era una volta un poeta, un poeta solitario che vagava in terre lontane per scappare dalla morte. Era un poeta anziano, talmente anziano che temeva che l’ ora della morte sarebbe giunta da li a poco. Tutti i suoi amici e tutti i suoi parenti più cari erano morti e lui ormai non aveva più nessuno con cui parlare e nulla da fare. Aspettava la morte camminando solitario per i boschi e scrivendo poesie sulla sua solitudine. Aveva solo un compagno che coraggiosamente lo seguiva ovunque lui andasse un piccolo cagnetto randagio che era comparso quasi per magia nel momento di massimo disperazione, quando anche l’ ultimo anziano del villaggio morì. Non avendo più nessuno di cui curarsi decise di abbandonare il luogo in cui aveva sempre vissuto e andare alla ricerca di altre persone. Passava il tempo e lui continuava a vagare solitario, non trovava mai nessuno, si cibava di quello che trovava nei boschi: muschio, vermi e qualche frutto sporadico che di tanto in tanto trovava sotto le foglie. Era ormai autunno inoltrato, le ore passavano che sembravano giorni e i giorni passavano che sembravano mesi, qualche volte si sedeva su un tronco spezzato e scriveva versi di poesie disperate, la notte per riscaldarsi dormiva abbracciato al cagnetto e solo nel suo calore trovava un qualche tipo di conforto.  Un giorno, quasi per miraggio nel cuore di una foresta infinita che stava percorrendo trovò una casetta. Il poeta meravigliato bussa più volte nell’ attesa impaziente che qualcuno gli aprisse. Aspettò più minuti ma nessuno venne a rispondergli, il poeta prese iniziativa e decise di aprire la porta. La casa era gelida, quasi più fredda della temperatura esterna entrò nella cucina, si sedette al tavolo e dopo essersi riposato un poco decise di guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di più gustoso da mangiare rispetto a quello a cui era abituato. Non trovò nulla, le credenze erano tutte vuote. Uscì dalla cucine e andò alla ricerca di un qualche tipo di dispensa. Sul retro della casa c’ era un piccolo giardino, probabilmente in passato un orticello,  ma le erbacce incolte lo avevano trasformato in un giardino malcurato. Fù in quel momento che la vide, su una sedia es posta nell’ unico angolo di sole del giardino c’ era una vecchietta che dormiva. La vecchietta era immersa in un sonno profondo e dall’ espressione che aveva sul viso sembrava tranquilla e serena. Il poeta fu talmente abbagliato da una tale immagine di serenità e tranquillità che decise di lasciarla dormire e di proseguire per il suo cammino.
Ricominciò a camminare ma dopo poco tempo iniziò a piovere, improvvisamente l’ ambiente divento più freddo, le poche foglie rimaste sugli alberi si staccarono e il terriccio fangoso diventò scivoloso. Stava scendendo il dorso di una collina quando improvvisamente la terra sotto i suoi piedi inizio a franare. Il cagnetto e il poeta furono trascinati da quella forza impetuosa per diversi metri ma quando finalmente la terra smise di franare il poeta si stupì di non essersi fatto neanche un graffio e che anche cagnetto stesse bene. Ricominciarono a camminare, l’ acqua non smetteva mai di scendere e loro ormai come automi continuavano il loro percorso senza una meta precisa. I giorni passavano ma il clima non cambiava, erano sempre in quel periodo di autunno inoltrato caratterizzato da periodi freddi e umidi.
Quando ormai avevano perso ogni speranza videro in lontananza un’ altra casetta, animati da un nuovo entusiasmo camminarono più velocemente. Quando furono piuttosto vicini il poeta subito sentì una sensazione familiare, come se quel posto lo conoscesse o ci fosse già stato. Bussò alla porta ma nessuno venne a aprire. Dopo qualche istante di esitazione aprì la porta, era anche questa aperta. Si guardò intorno le sensazioni familiari lo assalirono ancora di più. Nel momento in cui vide il ritratto di zia Petunia sulla parete del corridoio si rese conto che quella era la sua vecchia casa. Il poeta era incredulo, si guardò intorno, tutto era devastato sembrava fossero passati secoli, la pioggia il vento e la neve lo avevano trasformato in un rudere vivente. Nessuno però era passato, i mobili anche quelli di un certo valore erano rimasti al loro posto. Andò a controllare nella credenza e li erano rimasti ancora gli ultimi biscotti, ne prese uno e l’ altro lo diede al suo compagno. “Ma quanto tempo deve essere passato’” iniziò a chiedersi il poeta, troppo fu l’ unica risposta che riuscì a darsi. E mentre iniziava a capire quella che stava succedendo notò che la barba per tutto quel tempo non gli era cresciuta e che non riusciva a contare il numero di giorni che erano passati. Lui era morto, assieme a tutto quello che lo circondava.
Cercava di scappare dalla morte ma in realtà ne era immerso.

Cosa non sarete mai disposti a fare?
Nella vita di tutti noi c’è qualcosa che non ci è consentito fare; non consentito dalla legge del nostro Paese, dalla nostra religione, dai nostri genitori, dal nostro coniuge, dalla nostra coscienza. Credo che i più grandi taboo dell’umanità, i più invalicabili e netti, siano proprio questi: quelle regole che ci dettiamo da soli, e questo perché la coscienza è il giudice più severo di tutti per noi stessi. Personalmente, tra le tante cose che credo non farò mai, la più importante è sicuramente che non ho intenzione di rinunciare a dire cosa penso o credo a chi ho intorno, anche se quello che dirò potrà rendermi “strana” o “diversa” agli occhi degli altri. Per esempio, non vorrei mai rinunciare a dire che adoro passare pomeriggi con mia madre a farmi insegnare cosa faceva lei alla mia età, saltando fossi nei campi e rischiando di caderci dentro, o anche solo ripercorrendo le strade della sua adolescenza.  E mai rinuncerò a raccontare quanto mi piaccia viaggiare con lei, perché è la mia migliore amica, e con nessuno mi diverto così tanto. Ho visto occhi sgranarsi perché mi piacciono i romanzi storici, o i giornali che parlano di storia e arte, ma non smetterò di dirlo per questo, perché rinunciare sarebbe come cancellare parte di sé perché agli altri non piace. Non voglio smettere di dire che mi piacciono quelle piccole semplici cose che rendono bella una vita: guardare un tramonto, un prato fiorito, dei cuccioli, abbracciare una persona cui si tiene, andare a trovare amici avanti con gli anni che sono i nostri migliori amici. La cosa più importante però è che non rinuncerò mai a parlare di ciò in cui credo, anche se chi ho intorno potrà credermi pazza o credulona. Io sono una Testimone di Geova, e quello che credo è parte della mia vita, non solo una religione; per me ciò che credo non solo è vero, ma è anche la cosa più logica da credere. E le mete che mi sono posta sono quelle che mi faranno un giorno dire che ho la vita migliore che ci sia per me. Mi piace parlare di cosa credo ai miei amici, e raccontar loro i motivi delle mie scelte, anche se mi rendo conto che alcuni che ascoltano potrebbero pensarmi “matta”. L’amicizia è scoprire cosa ci rende uguali e accettare cosa ci rende diversi, e se “dall’abbondanza del cuore la bocca parla” e per mantenere delle amicizie dico tutto tranne quello che ho davvero nel cuore, che credo davvero e per me è importante, che genere di rapporti potrò mai costruire? Recentemente ho sentito una frase che ben esprime perché non voglio rinunciare a dire quello che credo o penso e le cose cui tengo: “Cura i tuoi pensieri perché diventeranno le tue parole, cura le tue parole perché diventeranno le tue azioni; cura le tue azioni perché diventeranno le tue abitudini, cura le tue abitudini perché diventeranno il tuo carattere, cura il tuo carattere perché diventerà il tuo destino”. La frase non è mia, ma se i miei pensieri e le mie parole, come dice e a ragione, sono alla base di ciò che sono, non vorrei mai fare il compromesso di rinunciarvi o modificarli per nessun motivo.


Testo tre

Una cosa che non farei mai è avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Perdere la verginità prima del matrimonio è un tabù legato sia alla cultura sia alla religione, non solo nei paesi orientali ma anche in quelli occidentali. Perdere la verginità prima del matrimonio è considerato un peccato punibile da alcune religioni come per esempio l’Islam la pena è di 100 frustate. Ma questo “peccato” è un tabù legato anche alla cultura. Nei paesi musulmani l’onore di una famiglia è spesso considerato il fatto più prezioso che non deve essere rotto. Perciò il fatto che una figlia o un figlio abbiano avuto un rapporto sessuale prima del matrimonio è considerato un grave disonore. Quando una ragazza perde la verginità prima del matrimonio, anche magari a causa di una violenza, spesso succede che la povera “vittima” non potrà avere un uomo come marito perché tutte le famiglia della zone circostanti non accetterebbero mai una moglie o un nuora che non sia più “pura”. Il fatto che un uomo abbia avuto relazioni sessuali può essere un fatto che non si potrebbe riconoscere visivamente, ma nella donna è visibile o magari perché rimare gravida o magari quando ha rapporti dopo il matrimonio con il marito.
Anche nella Bibbia si afferma di evitare rapporti prematrimoniali.
Io non avrei, molto probabilmente, rapporti prematrimoniali perché va contro la mia morale, per me è una questione di valore. La verginità è da donare a chi la merita senza pretese.


Testo quattro

La musica risuonava nelle cuffiette, cullata dal leggero sottofondo della risacca del mare. Era una giornata scura, classica di Novembre, con grandi nuvoloni, che minacciavano pioggia. L’immensa quantità d’acqua sottostante ne assumeva il colore riflesso. La spiaggia, ricoperta dalla fine ghiaia, era deserta. Sembrava una giornata perfetta per crogiolarsi nelle lacrime.
E Tommaso non aveva intenzione di sprecarne l’occasione.
Era stata l’ennesima giornata infernale: la terza superiore non è mai stata semplice per nessuno, è il momento in cui la consapevolezza di sé si fa avanti e con essa i mille dubbi su chi vuole diventare e cosa si diventerà effettivamente; ma molte volte è tutto troppo grande per un ragazzino di sedici anni.
L’unico sogno di Tom è di vivere.
E’ dannatamente stanco di osservare il mondo che ruota e vedersi stare fermo; la Terra evolve, ma non dove vive lui. Ha questo desiderio di sentirsi vivo, di impazzire di gioia, grazie alla vita, di urlare fino a non aver più fiato, di parlare fino a quando l’arsura non si fa strada nella sua bocca, di ballare fino a non sentire più i piedi, di amare fino a consumarsi. Riconosce che la vita è il regalo che conta più di tutti.
Ma dov’è il senso della vita, quando non la si può vivere davvero?
Perchè la differenza è considerata sbagliata? Perchè non si può essere chi si vuole? Perchè esiste la società con i propri pregiudizi, i quali cercano di comandare la vita degli altri individui? Perchè si deve seguire la  massa ed essere tutti schifosamente uguali? Questo non è vivere.
Tutto ciò che il ragazzo stava vivendo era l’inferno vero e proprio: non sapeva come ci fosse arrivato, non sapeva cos’avesse fatto di male, per ricevere in cambio una pena così sadica.
Nella testa di Tom un solo pensiero si imponeva su tutti gli altri: da qualche mese aveva perso se stesso, non capiva chi fosse il ragazzo che tutti i giorni si svegliava dentro quel corpo.
Tom aveva una compagnia; in tutto erano circa una decina, ma molti andavano e venivano, le “basi” di quella compagnia erano composte da Tom e altri quattro ragazzi, di cui uno era il suo migliore amico: Jacopo.
Più volte, in quel periodo, si era ritrovato a focalizzare la sua attenzione sui ragazzi. Ogni volta che Jacopo parlava di una ragazza, lui si perdeva ad osservare la bellezza del suo amico e non faceva caso alla lode che egli faceva della fortunata, la quale aveva attirato la sua attenzione. E Tommy l’aveva detto al suo migliore amico, come era giusto che fosse. Ma quest’ultimo non aveva accettato la sua “diversità” e con il passare del tempo si allontanò sempre di più dal suo amico.
Tom era rimasto solo e, inoltre, la voce della sua incertezza si era diffusa molto in fretta a scuola. Camminare tra i corridoi era diventato impossibile: una buona parte delle persone lo guardavano con aria di sdegno, la parte restante usava le parole come un arma affilata per ferirlo.
Entrare in classe implicava trovarsi, ogni mattina, dei fogli affissi al banco con parole di disprezzo, accompagnate dalle risatine sommesse dei compagni. Solo il suo migliore amico sapeva e ora lo sapevano tutti: il cuore di Tom era frantumato in mille pezzi.

Un giorno, camminando lungo il molo con le sue cuffiette sempre fedeli, Tom si sentì afferrare per le spalle, e quando fu costretto a voltarsi, vide il capitano della squadra di basket della scuola: il più famoso ragazzo dell’istituto tra le ragazze per la sua bellezza e tra i ragazzi per le sue atteggiamenti da bullo, con la spalla onnipresente di fianco, Matteo, un ragazzo più basso e meno muscoloso, ma con un’espressione decisamente più impaurita e compassionevole.
Giacomo, il capitano, iniziò a parlare a Tom, o meglio, a urlargli contro.
Tom non voleva e non riusciva a capire, grazie alla musica ad alto volume che risuonava nelle cuffiette.
Sapeva cosa sarebbe successo e non abbandonò il suo iPod, sperando di alleviare il dolore che sarebbe seguito.
Giacomo continuava ad urlare e iniziò a spintonare la sua ennesima vittima. Tom subiva, non riusciva a reagire e in pochi secondi il mondo si fece bianco, la testa prese a girare vorticosamente e tutto ciò che rimase fu la voce del cantante, che scandiva le ultime note della canzone.
Non era rimasto altro che quello; la paura se n’era andata.
L’ultimo pensiero di Tom era quello di voler vivere, appena si sarebbe svegliato da questo brutto incubo.

Il giorno dopo…

Il rumore dei monitor destò l’attenzione di Tom, che riuscì ad aprire gli occhi. Sapeva dov’era, sapeva cos’era successo, ma era da solo, ancora una volta. Esaminò la stanza in cui era stato posto, l’aria era viziata, il letto era scomodo, le tapparelle abbassate e gli doleva tutto il corpo. Da quanto tempo si trovava lì?
Voltò il suo sguardo, posandolo sul suo comodino. Vide un foglietto, lo aprì con molta fatica. Le parole erano scritte con una grafia molto ordinata:
“Parti da chi sei, da ciò che gli altri non vedono.
Hai sempre te stesso, hai sempre le tue mani per sorreggerti.
Sei una tua vecchia compagnia, continua a dire al mondo che tu salti più in alto di loro, che il volume della tua voce sovrasterà le loro, sei tutto quello che basta.
Parti da te e renditi speciale, allarga le braccia, senza una piega, vedrai da lontano tutto ciò che diventerai, il cielo non cascherà.
E non lasciarti a nessuno, non lasciarti fermare, dai forma al tuo mondo con i sogni.
Scusami, non avrei dovuto lasciarglielo fare.
Tutto ciò che non voglio più fare è ostacolare la felicità di qualcuno, quindi spero tu possa essere felice, un giorno.
M.”
Tom capì subito e si riaddormentò, un po’ più sereno.

Qualche mese dopo…

Il sole spuntava dal mare molto lentamente, colorando il cielo di mille sfumature diverse, il mare era di un azzurro cristallino, che toglieva il respiro, in cielo vi era ancora qualche stella e l’odore del sale pizzicava le narici. La spiaggia era deserta a causa dell’ora, ma da lì a poco non avrebbe più presentato nemmeno più un centimetro quadrato libero.
Tom indossava solo una cuffietta, l’altra riproduceva la stessa melodia nell’orecchio di Matteo. Le loro mani si completavano, come se tra le dita di uno, ci fosse il giusto spazio per le dita dell’altro.
Erano in silenzio, accoccolati l’uno all’altro, per osservare quello spettacolo che non avrebbero mai dimenticato.
Matteo aveva capito di provare dei sentimenti per Tom all’inizio della terza superiore, ma solo dopo “l’incidente” con Giacomo si era deciso ad uscire allo scoperto.
Ed ora stavano affrontando la realtà insieme: a volte provocava un senso di straordinaria felicità, a volte faceva dannatamente male, ma condividere gioie e pene semplificava la vita.
Improvvisamente Tom sentì la necessità di guardare negli occhi Matt, quindi alzò il viso dalla sua spalla e cercò il contatto con i suoi occhi. Rimasero a guardarsi per qualche secondo, fino a quando Tom esordì dicendo: “non mi è mai capitato di sentirmi così infinitamente vivo e felice, grazie”, e gli scoccò un bacio sulle labbra soffici.

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