Storia, memoria, biografia, fotografia… L’adozione di Helena Janeczek da parte del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino permette di scostarsi da “dietro l’obiettivo” ed entrare nel meccanismo della Leica.

Con Helena parliamo del suo lavoro di ricerca e documentazione, del delicato intreccio di ricordi altrui e di invenzione, del rispetto che si deve a chi del personaggio porta addosso l’identità reale e dell’attenzione nel selezionare dati di realtà e intarsiarli con elementi di invenzione.

Parliamo di memoria, soprattutto di memoria.

Mi affascina scoprire che Gerda non è.

Mi spiego: non solo “non è” in quanto non più presente fisicamente, ma “non è” in quanto definibile solo per via negativa attraverso gli atteggiamenti o i caratteri che non le sono appartenuti.

La sua figura emerge dall’opera attraverso pennellate discontinue, diffratta come la luce che passa attraverso un prisma; sfaccettata e a volte contraddittoria, affiora da ricordi lontani e dalle suggestioni di chi la racconta e si trova inaspettatamente ad imbattersi nella sua immagine di ragazza con al collo la Leica.

Helena Janeczek sembra volerci lasciare proprio questo di Gerda Taro, una gemma che nelle sue molteplici sfaccettature convoglia comunque in sé tutta la luce: Gerda non è quindi “solo” Gerda ma il suo nome è significante di significati molteplici, di una rete di tematiche e rimandi ben più estesa, i cui brandelli sono disseminati nelle memorie di due degli uomini che l’hanno amata e della donna che le è stata amica nei primi tempi della stagione parigina.

Il nome di Gerda assume il ruolo di detonatore della memoria, il contatto con il suo ricordo ne rivela la presenza fantasmatica nelle vite dei personaggi, in particolare di Willy “il bassotto” e di George Kuritzkes; si palesa come spia di un passato che va ancora interpellato, che ha ancora molto da dire e chiede di essere analizzato in una prospettiva nuova, spostandosi dall’obiettivo della macchina fotografica ed entrando nella scena che si vuole rappresentare.

Ma la rassicurante fissità che ci si aspetterebbe da una foto viene meno al mutare dell’inquadratura, al modificarsi del punto di vista da cui la scena è osservata. Ecco che i racconti di Willy e George non sono ordinate sequenze di fatti ma seguono il flusso della memoria, secondo un principio di “plausibilità associativa” che si muove sui binari della piacevolezza: i ricordi vengono selezionati in ragione della forza con cui smuovono l’emotività, del sentimento che suscitano, nell’amore incondizionato che da Gerda non è donato ma innescato, poiché già risiede latente nell’interiorità dei personaggi.

Quella di Gerda Taro non è quindi una biografia in senso documentario, né tanto meno una biografia romanzata, come la stessa autrice dichiara: non è suo interesse aggiungere dati, colori, dettagli… Helena Janeczek non vuole restituisci le gesta di un’eroina SENZA tempo da assumere a monumento, martire della causa antifascista, piuttosto lasciarci l’immagine di una donna profondamente immersa NEL tempo. Consapevole e spericolata, leggiadra e statuaria, presente e assente, sempre colta nel suo movimento tra spazi geografici in vita e spazi interiori sotto forma di ricordo.

Questa scrittura associativa, che non segue una via tracciata ma si adatta ai percorsi imprevedibili della memoria finisce per inglobare Gerda, che quasi sparisce, motore invisibile eppure sempre presente di una riscoperta di luoghi, azioni, sentimenti politici e idee che tornano alla mente dei personaggi occupando tutta la scena, sorta di madelaines ampliate capaci di immergere completamente chi ricorda in quel preciso momento, di rivivere un’esperienza che riempie il tempo dell’azione e alla luce della quale ripensare il proprio presente senza mai rinnegare il passato.

Gerda Taro diventa attraverso le parole di Helena Janeczek un collante di vite e di piani temporali, un fuoco di passione umana e politica racchiusa nelle sue istantanee. Gerda funziona da catalizzatore: l’amore da lei suscitato passa attraverso le sue stesse azioni, dalla passione verso la sua persona alla passione per quell’universo di ideali e valori dei quali la sua storia è portavoce.

Camilla Adelaide Sguazzotti