Pubblichiamo sotto l’ultimo racconto prodotto dal una delle studentesse della Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. In fondo, alla fine dell’articolo trovate i link agli altri articoli frutto di questa bellissima adozione. Su richiesta delle insegnanti la Redazione pubblica qui sotto anche i ringraziamenti a Margherita Oggero cui si uniscono quelli della nostra redazione. Con l’auspicio che questa adozione sia solo l’inizio di un percorso insieme.

Cara Margherita,
grazie per avere avuto la voglia di venire a raccontare storie qui dentro, grazie per la tua generosità, per la gentilezza, l’ironia, l’impegno. Grazie per averci fatto sorridere, pensare, immaginare e per averci fatto venire la voglia di scrivere. Con la speranza di continuare questa bella esperienza, noi tutti ti abbracciamo con affetto.
Le studentesse e gli insegnanti del blocco Femminile

Fidarsi è bene non fidarsi è meglio
di Alessandra 

Finalmente mi ero decisa, dopo tanti rinvii e centinaia di ripensamenti: avrei fatto quell’esame. Avevo passato giorni e giorni a documentarmi su internet per cercare un’alternativa valida, ma niente da fare….i luminari di ogni tempo e luogo erano tutti concordi nell’affermare che quella era l’unica via percorribile per abbattere quell’acerrimo nemico. Già a chiamarsi “helicobacter” – pensavo tra me e me – ci voleva non poca fantasia e io me lo immaginavo vestito da Rambo, al comando di un piccolo elicottero e, manco avesse avuto bisogno di una pista dove atterrare, mi chiedevo perché tra tutti gli stomaci del mondo questo aveva deciso di volare proprio sul mio. Ogni volta che questo signore si svegliava con la voglia di farsi un giretto panoramico, io provavo dei dolori atroci e piegata in due gli inveivo contro con tutto il vocabolario di parolacce che conoscevo…

Quindi, dopo anni di resistenza passiva, mista a una certa neutralità innata in me, avevo deciso che a qualsiasi costo, anche dovendo chiamare la contraerea alleata, io l’avrei abbattuto e avrei appeso con fierezza la sua foto sul comodino per rendergli onore, come si fa con gli eroi di guerra.

Quando arrivai in ospedale, dopo la solita routine dell’italiana coda kilometrica, dopo due ore di attesa, sfinita nel sentire ogni sorta di malattia, di infausto destino e di qualche viscido escamotage per guadagnare un paio di posti in avanti, avevo finalmente in mano il mio foglio di carta bianco e rosso che avrebbe aperto le porte alla militaresca avventura. Stremata ma non vinta, come un impavido guerriero con nel cuore l’obiezione di coscienza, con la certezza unica che di quelle guerre ne avevo viste poche, mi ero seduta nella saletta d’attesa (che signori miei è un altro di quei posti dove non si sa se è giusto ridere o piangere, dormire o restar desti, restare o andarsene) e in fondo pensavo che di fronte a una carrellata così impressionante di casi clinici, il mio pilotino cominciava a sembrarmi quasi il mio migliore amico. D’altronde lui, nel suo piccolo, non mi aveva mai chiesto nulla, non aveva avuto un gran bisogno di assistenza, si era accontentato e di fronte a tutta quella serie di flebo, gessi, ago, siringhe, bende, disinfettanti lui si era sempre mantenuto da solo, accontentandosi di ciò che passava la torre di controllo; e in quegli anni uno stipendio di Malox mi era sembrata una spesa più che accettabile… Ma come si fa a chiamare un farmaco Malox!! Non era meglio Benox?

Nel frattempo mi ero accorta che accanto a me, sul tavolino, c’era una serie di opuscoli, tutti con una signorina sorridente (e chissà cosa aveva da ridere?) che descriveva a cosa sarei andata incontro: un grosso tubo di gomma, di circa mezzo centimetro di diametro, con dentro una telecamera, ti arriva fino all’aeroporto (dove vive l’helicobacter), accende le luci sulla pista, individua il nemico, gli tira tre o quattro gavettoni addosso, una pernacchia di aria, due foto ricordo e poi via fuori per determinare, in base a quello che si è visto, la giusta terapia. In fondo in fondo, se non fosse stato per le dimensioni del tubo, l’esame mi sembrava abbastanza possibile e affrontabile…e poi mi serviva la foto da mettere sul mio comodino!!

Finalmente, mentre guardavo una pubblicità di peperoni (acerrimi nemici del mio helicobacter ma che io non mi ero risparmiata nel mangiare..TIE!) sentii risuonare dall’aldilà il mio numero di prenotazione…e come al solito non sapevo dove avevo messo il mio bigliettino; e se non lo avessi trovato lo avrei preso sicuramente come un segno del destino, che quella cosa in fondo non era da farsi. E invece quel maledetto fogliettino rosa con il fatidico numero 7 si era appiccicato sotto le scarpe e si era fatto notare dall’infermiera quanto bastava per farmi dire “guardi che le è caduto a terra!!”. Tra me e me avevo pensato che quell’infermiera barbuta dall’aria per niente gentile amava farsi troppo gli affari degli altri. “Pettegola! – dissi – spiona, infame!”. Ma tant’è! E avevo dovuto seguirla in una stanzetta tanto piccola da impedirmi qualsiasi tentativo di fuga…sigh!! In aggiunta l’infermiera barbuta, sempre più spiona, aveva addirittura chiuso la porta con le chiavi, dicendomi che era per questioni di privacy. Ero senza via di scampo…ma nemmeno lui ne aveva. Immaginai l’infermiera che rincorreva l’helicobacter per tutti i corridoi con un acchiappafarfalle…sorrisi alla scena.

A un certo punto l’infermiera sempre più barbuta mi disse “si spogli e infili questo”. La guardai con un misto di paura, sorpresa, timidezza, fiducia, arroganza, e tutta un’altra serie di sentimenti che faccio fatica a descrivere. Cercai un po’ di comprensione sulla sua faccia…ma nulla. Lei se ne andò sbattendo la porta. “Devo togliermi tutto?” chiesi. “Secondo lei?” mi rispose allontanandosi per i corridoi. Non vi dico la mia sorpresa aprendo quel sensuale vestito verde che mi era stato consegnato: era formato solo dalla parte davanti e nella parte dietro…sigh…c’erano solo due piccoli cordini, uno all’altezza delle scapole e uno poco più in basso, sulle natiche…poi più nulla, il vuoto assoluto …Se becco chi lo ha inventato ‘sto camice!.

La mia assoluta fiducia nella medicina stava cominciando a fare le bizze. Perché nuda? Perché quello strano camice? Poi la mia parte razionale mi era venuta in aiuto e mi dissi “Già! Metti che il maggiore helicobacter non è  nella sua miglior giornata, si incazza, si agita e mi sputa addosso tutta l’artiglieria…”. Il camice mi avrebbe salvato da quell’attacco vomitevole…e mi rassegnai.

Il problema venne dopo, quando l’infermiera dai baffi sempre più lunghi mi disse di mettermi a quattro zampe sul lettino e di rilassarmi (ma come si fa a rilassarsi in quella posizione?), e mi comunicò che sarebbe arrivato il dottore per la pre-anestesia; ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la frase dell’infermiera: “Stia tranquilla, per le donne è meno invasivo che per gli uomini!” E io, a quel punto, avevo cominciato a chiedermi febbrilmente perché.

Ora voi provate a immaginarvi la scena: io seduta a quattro zampe sul lettino, pronta ad abbaiare come un cagnolino, il sedere per aria, il camice per nulla elegante e tutte le mie conoscenze medico-scientifiche  acquisite faticosamente negli anni di studio che andavano a farsi benedire in un colpo solo…..Mi sorse il dubbio amletico: ma da dove passano questi per abbattere l’helicobacter? E fui invasa dalla più atroce delle paure, ma ero convinta che di là il tubo non potesse passare per arrivare allo stomaco, almeno non nel mio stomaco. E allora, quando entrò il dottore, recuperai quel poco di coraggio che mi rimaneva, mi sedetti, misi una mano sul didietro e cercai comprensione nei suoi occhi severi: “Ma perché per fare la gastroscopia dovete passare da là sotto?”. “Gastroscopia?”  disse il dottore. “Signora – mi disse con aria serafica e angelica da dottore delle SS – ma lei non è qui per una colonscopia?”.  “Sì, la colonscopia di tua nonna se è ancora viva!! Gastro =stomaco; scopia=scoperta”  dissi rispolverando le mie conoscenze classiche.

“Infermieraaaaa!” sentii urlare (e già! Nonostante il ricordo del sedere per aria stavo per assaporare la “cazziata” come si dice in gergo militaresco). “Avete sbagliato cartella! Sperate che la signora non vi denunci, non vi chieda i danni!”. Tra me  e me pensai “Quali danni? Non è che l’anestesia era già partita e io non mi ero accorta di nulla?”.

Vidi l’infermiera sprofondare e inginocchiarsi in un “mi scusi signora, la prego, mi scusi, non so come sia potuto succedere…la prepariamo subito per la gastroscopia…mi scusi ancora”.

Dissi “….” Quello che volevo dirle non lo posso nemmeno scrivere. Tra me e me invece pensavo a quel poveraccio che si stava chiedendo da dove sarebbero passati per la colonscopia…e mi venne da sorridere.

Alla fine quella gastroscopia mi sembrò una passeggiata, soprattutto dopo essermi assicurata con l’infermiera che il tubo che veniva usato nei due esami non sarebbe stato usato come le cartelle!!

P.S. Dopo quindici giorni di antibiotico, finalmente il maggiore helicobacter, dopo una strenua resistenza, fu abbattuto. Io non ho più paura della gastroscopia; sul mio comodino spicca il tributo alla battaglia. E tutto questo per dirvi che “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.