Placcato al termine dell’incontro “Scrittori e social network: parlare di libri nelle piazze digitali funziona?”, lo scrittore Giuseppe Culicchia ha risposto ad alcune nostre domande sulla sua idea di biblioteca. Incuriositi dalla sua biografia online, in cui si nominano per ben due volte le biblioteche come legate al raccontar storie, “abbozzate in una biblioteca di Palazzo Nuovo” e scritte, sottobanco, facendo l’aiuto-bibliotecario a Londra, abbiamo ricevuto un interessante sguardo su quanto le biblioteche possano significare per una persona che ha lavorato una decina d’anni in libreria, loro presunta concorrente.

Le biblioteche non sono una semplice cornice alla sua attività si scrittore. Proprio al termine di un incontro in cui si è parlato anche delle derive esibizionistiche che i social network possono causare, Culicchia riconosce alle biblioteche il ruolo fondamentale di saper mettere in prospettiva l’ego degli scrittori, attraverso una doppia funzione: consentendo a chi scrive di “rendersi conto di fare un’attività che tanti hanno fatto meglio di noi e prima di noi” e rendendo visibile che fine fanno i libri, spesso non letti, in attesa, su degli scaffali. Le biblioteche sono anche, secondo lo scrittore che si serve della celebre immagine di Marguerite Yourcenar, “granai pubblici” per la collettività. La costruzione di questi granai dovrebbe essere una priorità di un paese come il nostro “perché il futuro passa da lì, passa dai libri, visto che non abbiamo il petrolio e che la nostra vera ricchezza è la cultura”. Biblioteche non semplici fondali di scena, ma ammaestratrici di vita.

Francesca Martino