Considerazioni emerse dai ragazzi della Casa di Reclusione San Michele di Alessandria, Istituto di Istruzione Superiore Saluzzo-Plana, in seguito all’incontro con il giornalista Calabresi

Per alcuni, dal libro letto si possono trarre i seguenti insegnamenti e stimoli:

  • Bisogna avere un obiettivo e un sogno da realizzare, essere ottimisti anche nella sventura e mantenere comunque sempre la voglia di vivere
  • Prodigarsi per gli altri aiuta: dando ricevi

Per altri si tratta di principi condivisibili, ma di difficile realizzazione.

In generale si sono interessati al racconto del mulino che non rendeva più perché ormai le attrezzature erano obsolete e il proprietario voleva venderlo, ma il figlio, contro il volere del padre,  iniziò a macinare diverse farine con tecniche antiche ed ebbe successo. Ora le sue farine sono molto richieste ed apprezzate.

Questo racconto insegna che bisogna dare fiducia ai giovani e lasciarli liberi di sviluppare la loro creatività.

In particolare, di Calabresi pensano che in seguito alle sue tristi vicende famigliari avrebbe potuto reagire diversamente ed essere “incavolato con il mondo”, invece ha fatto qualcosa di buono.

Al contrario, risulta strano che chi è accusato e ha responsabilità possa poi rivestire cariche pubbliche importanti.

Da un uomo come Calabresi, che non si atteggia a personaggio,  si aspettano non tanto un incontro, che pure è stato piacevole, ma piuttosto un’ azione di sensibilizzazione che faccia sentire la voce degli uomini “muti” e contribuisca a far conoscere la realtà dei collaboratori.

I collaboratori hanno perso tutto. Erano odiati dalla società, ma all’interno del gruppo erano stimati. Ora sono discriminati da entrambi i gruppi. Si pensa che la collaborazione  sia una scelta di comodo, ma non bisogna generalizzare. In alcuni casi è una consapevolezza, ti chiedi “perché l’ho fatto?” e qualche volta non te lo sai spiegare. È questo che li porta a fare il salto nel buio, non pensano che poi saranno sradicati anche nell’animo,  perché sono spinti dalla voglia di vivere.

Un collaboratore che sceglie l’onestà deve essere apprezzato per la sua decisione.

Alcuni si pentono di essersi pentiti. Pensano al dopo, a quando saranno fuori e dovranno mentire sulla propria identità, perdono la propria identità. Dopo la scarcerazione l’80% dei collaboratori è solo ed in serie difficoltà. Per alcuni dover mentire e nascondere la propria identità è la cosa peggiore oltre a sentirsi rispondere “non me la sento” da qualcuno a cui hanno chiesto lavoro. Vorrebbero essere apprezzati per il mestiere che sanno fare, per come lo fanno…..

Vorrebbero far conoscere la loro realtà, le loro condizioni anche “mettendoci la faccia”  incontrando studenti.