Quale miglior modo per far raccontare ad uno scrittore lo spettacolo tra parole e musica che ha presentato?

Per lasciargli il tempo di preparare la sua serata, il nostro incontro con Davide “Boosta” Dileo è un’e-mail, un modo diverso dalle solite interviste telefoniche per apprezzare non solo le sensazioni di un artista trasversale, ma anche per conoscere il suo modo di tradurle in parole scritte.

Boosta è fondatore dei Subsonica, produttore, compositore, dj tra i più richiesti, ultimamente ha creato con gli ingegneri di Circle Garage il cosiddetto “Playscreen” (modo di fondere musica e arti visive nella nuova frontiera dell’elettronica), ma anche conduttore televisivo e radiofonico, opinionista, direttore artistico per Bookstock, la sezione per ragazzi al Salone del Libro di Torino, editore di ADD, fondata con Michele Dalai e Andrea Agnelli, e scrittore.

Proprio al suo ruolo di scrittore facciamo appello in quest’intervista a proposito di “Songbook”: parole e libri del protagonista di Dedica 2014 tradotte in musica.

Il primo contatto con la letteratura di Tahar Ben Jelloun?

Boosta: “Il razzismo spiegato a mia figlia, anni fa. Dopo una scorpacciata di romanzi mi imbattei in questo bel testo alla ricerca di un punto di vista sul presente così pericolante eticamente e culturalmente.”

Cosa ti ha colpito della sua scrittura?

B: “Nelle parole di Ben Jelloun c’è molto di quello che cerco in uno scrittore. C’è il dettaglio e contemporaneamente la rudezza di una frase breve. C’è la poesia. C’è il senso della mancata appartenenza che sta diventando un tratto distintivo non solo della razza ma anche delle fasce generazionali. C’è la voce alta che racconta quello che vede oltre quello che immagina.”

Dileo è anche sceneggiatore e regista per il documentario “Surfin’ Torino” prodotto da Rai Cinema e partecipa a “Ho visto cose” di Chiara Pacilli creando musiche originali e nel ruolo di interprete.

È d’obbligo chiedergli se vi siano differenze tra la composizione di colonne sonore e la trasposizione in musica di un libro.

B: “Non c’è una grande differenza. Le parole sono la traccia inequivocabile del sentimento che si vuole restituire. Io cerco di tradurre le suggestioni in vibrazioni. La parte del compositore è naturalmente legata alla sensibilità ed alla personale comprensione del testo.”

Rimaniamo nel cinema. Tahar Ben Jelloun, nel corso di Dedica, ha ribadito come la sua scrittura venga influenzata dal cinema: in “Fuoco” ha cercato una narrazione che riprendesse la regia veloce eppure emozionale di Vittorio De Sica in “Ladri di Biciclette”. Quali influenze impregneranno, invece, le trasposizioni musicali dei libri di Ben Jelloun?

B: “Non sono un maestro di musica maghrebina ma la fortuna di avere tra le mani un linguaggio universale è impagabile. L’amore ha le stesse note in tutte le lingue esattamente come la rabbia, la paura. Ci sono codici standard e nonostante tutto affascinanti. Giocherò un po’ con le parole e mescolerò le mie influenze personali ad un’area geografica e culturale così vicina e così distante.”

Non è la prima volta che Boosta racconta le sue letture, infatti dal gennaio 2013 è protagonista su Sky Arte di “Boo(k)sta: libri in musica”: quando combini letteratura e note in un progetto così ambizioso, quale delle tue personalità artistiche prevale? Il musicista e compositore o il lettore “compulsivo”?

B: “Assolutamente il lettore che suona un po’ di musica. La musica deve rimanere a commento. La melodia è fatta dalle parole.”

È impossibile scindere i vari lati artistici che si incontrano parlando con Boosta: la passione e l’interesse per lettura, musica, per la storia di questi mondi, sperimentazione e osservazione arguta delle situazioni e quell’ispirazione che si intravede nella sua performance.

“Solo perché è piccolo, bello ed è una chiesa sconsacrata. Insomma, è il posto ad avere fascino” scrive nel pomeriggio di sabato per raccontare le prime impressioni sull’ex convento, luogo dello spettacolo.

Boosta si prepara davanti al pianoforte, la postura è quella che insegnano a chi si approccia allo studio dello strumento, ma presto l’esecutore si involve verso la propria anima e le proprie emozioni e lì cerca le note da scrivere su tasti bianchi e neri. A tratti lo sguardo cerca il cielo, aspetta l’ispirazione anche da ciò che lo circonda?

Nel corso di Dedica Ben Jelloun ha affermato che il mestiere dello scrittore è nutrito dall’osservazione piuttosto che dall’ispirazione, che l’ispirazione è una sorta di falso mito e non esiste.

B: “Sono d’accordo. L’osservazione è la base di ogni gesto. Per guardare dove andiamo, per scegliere cosa ci piace e cosa no. L’unica perplessità è sul concetto di ispirazione. L’osservazione è lo stimolo, l’ispirazione è il collettore delle immagini che ci appaiono davanti agli occhi e nel cuore. Non si può essere massimalisti quando si tratta di arte, scritta, dipinta, suonata che sia.”

Le righe qui giungono al termine, si lascia Dedica per un’anticipazione sul progetto più atteso: il settimo disco in studio dei Subsonica.

B: “Arriviamo presto, abbiamo iniziato a registrare. C’è un ottimo clima tra tutti noi. Adesso non basta che scrivere belle canzoni.”

Dopo “Songbook” alcuni minuti per ringraziarlo delle emozioni trasmesse al pubblico, delle parole dirette e sincere per raccontare le storie di quei personaggi marginali – così li ha chiamati – che colorano e rendono così speciale ai suoi occhi i libri di Ben Jelloun: “Sono contento vi sia piaciuto. Cerco solo di non dire le cose che so mi annoierebbero.”

Forse anche per questo motivo, meno di ventiquattr’ore dopo, sui social network l’ha definito “bello e prezioso”.

Quel “magari un giorno lo rifaremo” appare come una promessa: poter ancora godere del tempo rubato alle nostre vite, per riflettere sulle parole, per tradurle in emozioni con un linguaggio universale come quello della musica.

Lisa Ragagnin, Liceo Grigolettti Pordenone