Paolo Giordano, fisico torinese e autore del famoso romanzo La solitudine dei numeri primi con cui ha vinto il Premio strega nel 2008, introdotto da Giuseppe Culicchia, parla in diretta dal teatro Astra di Torino del binomio malattia-cura. Durante l’intervento, diversamente da quello che si può pensare, sono stati trattati importanti temi attuali di cui non si sente parlare quasi mai. 

La pandemia ha causato una forte crisi dell’immaginazione, che ha portato a una mancanza di solidarietà. Ci ha infatti costretti a vedere noi stessi non più come singoli individui con il proprio percorso, ma come parte di una rete estesa a tutti i livelli e di cui fanno parte tutti gli ecosistemi. Idea questa radicalmente nuova: non si può più pensare unicamente a se stessi, ma è necessario vedersi all’interno di una collettività. 

Ancor prima di essere un’emergenza sanitaria è stata un’epidemia numerica: la matematica, strumento per capire la realtà astratta dei grandi numeri della pandemia, è entrata nelle nostre vite nel modo peggiore, diventando pura contabilità e provocando un’anestesia emotiva generale rispetto alla gravità della situazione. Essa, nella sua totalità, permette di prevedere e capire gli scenari più gravi e il loro non presentarsi grazie alle misure restrittive attuate, ha portato a mettere in discussione l’utilità e la rigidità delle stesse, provocando uno strano cortocircuito mentale. 

La paura oltre ad essere stata un potente nemico si è rivelata un fedele alleato. L’invisibilità e l’astrazione hanno reso il virus più temuto e al tempo stesso più sottovalutato, ma la paura di essere contagiati ma anche di essere vettori inconsapevoli ci ha responsabilizzati. Inoltre l’atteggiamento di cautela legato al timore e al rispetto verso gli altri che hanno caratterizzato la prima ondata ci ha apparentemente portati verso un miglioramento, ma l’acquisizione di conoscenza scientifica e il lento sviluppo di una cura hanno portato alla perdita della paura mettendo in pericolo noi e chi ci circonda per la seconda volta.   

Ma coloro che hanno pagato di più in termini di paura sono state indubbiamente le fasce più anziane e più giovani della popolazione che hanno vissuto e vivono in apnea. I primi per essere meglio tutelati perché a rischio, i secondi perché rischiano invece di diventare fobici della socialità ritirandosi nella solitudine. 

La nostra paura e il nostro percepire la situazione sono stati fortemente influenzati dal linguaggio comunicativo usato. Il nostro Paese è stato travolto da una comunicazione mediatica errata, lasciata nelle mani di scienziati spesso sprovvisti di quella facoltà del linguaggio necessaria. Da ciò è emerso anche il problema di una classe dirigente che non è in grado di percepire una realtà così complessa. La difficoltà non è solo di alcune persone, ma dell’atteggiamento comune verso un problema, come ad esempio la logica dualistica e contraddittoria dei dibattiti pubblici.   

L’emergenza sanitaria è da vedere come una fase di preparazione alla più grande e complicata crisi ambientale, che è stata “divorata” dalla prima. Ora come ora, la crisi climatica sembra psicologicamente e socialmente inaffrontabile a causa del nostro stile di vita. 

Giordano conclude riflettendo sulla fantascienza: è più facile figurarsi in un mondo che ci presenta alleati comuni di un “alieno” da combattere, come un nemico esterno alla nostra realtà, piuttosto che concepire il virus come appartenente al nostro mondo. 

Quali sono dunque le cure? Accettare la scienza, accettare i pericoli suggeriti da essa e cambiare condotta e sviluppo per essa sono quindi i primi passi necessari per andare verso un futuro migliore. 

 

Chiara Flori, Emanuela Strozzi- Liceo Ariosto, Ferrara