Finalmente ci rincontriamo. Sono passati due anni, ma io non ho dimenticato.

Maturità 2013. Prima prova. Vi dice niente? Quanto piacere e qual bel senso di rivincita ho provato nel sapere che avrei di nuovo scritto di Claudio Magris, un autore che, ammetto, ai tempi mi spiazzò completamente. Quel mattino lessi la prima traccia, fissai il figlio un paio di minuti, mi resi conto di aver messo la gonna sopra il pigiama e fissai ancora il foglio. Ci misi altri due minuti a convincermi che, effettivamente, l’analisi del testo non trattava del superfavorito D’annunzio. Era praticamente certo sarebbe uscito lui. E invece niente.

Claudio Magris è nato a Trieste nel 1939. Saggista, studioso della cultura mitteleuropea e della letteratura del “mito asburgico”, è anche autore di testi narrativi e teatrali.

Parole che ahimè, non mi dicevano assolutamente niente. E poi iniziai a leggere. E mi conquistò! Magris cominciò a sembrarmi familiare come le polverose fotografie di famiglia appoggiate sul comò. Avevamo più cose in comune di quanto mi aspettassi. Ovviamente il tema del viaggio, ma non mi sarei mai aspettata di sentir parlare di quel viaggio, di quella frontiera. Condividevamo lo stesso senso di radicamento per una patria travagliata, di una cultura che oltrepassa le frontiere. Non lessi nessun altra traccia. Era mia. All’analisi mescolai la storia della mia famiglia, di mio nonno profugo della Iugoslavia e presi “Esponi le tue osservazioni in un commento personale di sufficiente ampiezza” come un caldo invito a raccontare delle mie sensazioni nel viaggio appena compiuto “oltre il confine”, alla ricerca dei miei cugini, della mia storia, delle mie radici perdute eppure vive. Consegnai convinta di non poter fallire, con la collana della mia nonna slava nascosta sotto i vestiti, per portarmi fortuna con discrezione. E probabilmente fu anche apprezzato, in un primo momento. Magari le prime righe di introduzione. Sapevo che spesso la scuola non ama gli slanci troppo personali. Non c’erano citazioni di Saba e l’entusiasmo aveva lasciato spazio a qualche errore di sintassi di troppo (che orgogliosamente rivendicai come scelte stilistiche). Non ottenni il voto sperato e quei tre punti in meno furono un duro colpo. Insomma, sono caduta combattendo.

Eppure oggi, all’incontro di apertura del Salone Off 365, Magris mi ha conquistata ancora. La sua parlantina fluente e concitata ci ha accompagnato in un viaggio di parole attraverso il confine tra i canti popolari antichi e il grande stile. Quella degli ultimi, dice il noto saggista, è una letteratura che accetta l’oppressione, ma mantiene un senso di “tempo grande”, una consapevolezza di ciò che è “oltre”.  La nostra cultura, invece, troppo spesso si lascia distruggere dall’assenza di autocritica e guarda a questi canti per riacquistare quell’unità e totalità della vita, da lungo tempo perduta. Il suo intervento si è inserito nella cornice di una grande amicizia, quella che lo lega allo studioso Gian Luigi Beccaria. Ma un occhio esperto sa che tutte le amicizie di lunga data nascondono qualche ammaccatura sotto la patina luccicante di cera. Magris, infatti, ha notato, con sottile ironia, come la foto proiettata al fondo della sala lo ringiovanisse di parecchio, mentre quella del collega gli rendeva assai poca giustizia. Una piccola rivincita per i tempi in cui Beccaria faceva “stragi di cuori”, al contrario del nostro caro ospite.

Un vecchio rancore può cambiare i nostri affetti per sempre. Ci si perde su strade separate e non si è più in grado di tornare sui propri passi. Ma questo certamente non è possibile quando si condivide lo stesso sguardo sul mondo, lo stesso senso di umanità e passione per la letteratura. Forse è per questo motivo che l’incontro trasuda affetto. “Ci vogliamo bene!” Ha dichiarato Ernesto Ferrero. A volte serve qualcuno che ce lo ricordi. Ogni relatore ha voluto sottolinearlo. Ma a volte è fin tanto superfluo. L’amicizia si annida al fondo delle copertine e nelle prefazioni che nessuno legge. Sbuca dagli scaffali e dai tavoli delle conferenze. Ogni volta che ci dimentichiamo di incolparci a vicenda, ogni volta che tralasciamo di dover organizzare tutto alla perfezione e speriamo che la nostra iniziativa sia valorizzata più delle altre, allora riusciamo a specchiarci nella rispettiva umanità. Se riusciamo a ricordarci che la letteratura è uno sport dove possiamo vincere tutti, allora creiamo l’inimmaginabile. Durante ogni Salone saliamo sul podio in più di 70 mila e questo affetto, che lega  pubblico, scrittori, organizzatori, rende il Salone non solo casa di cultura, ma laboratorio di amicizia.

Infine, dall’alto della mia esperienza e dal momento che sono ormai maggiorenne in tutti gli Stati del mondo, ho un suggerimento da dare ai posteri.

Gian Luigi Beccaria. Storico della lingua e saggista italiano dal 1976 prof. di storia della lingua italiana all’università di Torino. Oltre a studi su diversi aspetti della lingua, letteraria e non ha pubblicato saggi che rivelano doti di fine lettore e interprete. È membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Collabora con diversi periodici e quotidiani.

Perciò vegliate neomaturandi, perché quest’anno uscirà sicuramente D’annunzio… ma uno sguardo a Beccaria non fa male! Vigilate ragazzi, Vigilate!

Martina Dattilo, Redazione BookBlog