Bologna. 9 ottobre 2020. Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri sono seduti l’uno di fronte all’altra. Lo studio dello storico, dove la distesa di libri che li circonda crea un’atmosfera familiare, fa da cornice a un dialogo intimo permeato di ricordi. 

D’altronde il libri hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nella vita di Carlo Ginzburg. È stato proprio posando lo sguardo sugli scaffali colmi della biblioteca della Scuola Normale di Pisa, che a vent’anni ha preso la decisione di diventare storico. Racconta che tra questi testi alcuni costituiscono vere e proprie radici, sostegno della sua vocazione e carriera: i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, Il mondo magico di Ernesto de Martino, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e, soprattutto, I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

“Quel libro, lasciato da Pavese sul comodino prima di suicidarsi, mi ha influenzato senza che me ne accorgessi”. Lì appare nudo, senza spiegazioni, un elemento chiave tanto dell’opera di Pavese quanto dell’incontro in suo ricordo: il mito. L’interesse per questo tema si fa in lui sempre più ossessivo a partire dai primi anni ‘40 del Novecento: inizialmente si intreccia con i ricordi d’infanzia racchiusi nell’immagine emblematica delle verdi colline piemontesi, poi passa attraverso la collaborazione con de Martino che gli apre le porte del magico, fino a sfociare nella stesura de Il Taccuino Segreto, raccolta di crude ed intime riflessioni pubblicate postume solo nel 1990. 

Prima di questa data, colui che le aveva ritrovate, Lorenzo Mondo, le mostra a pochissime persone: Calvino nel 1966 è tra i primi a dover fare i conti con contenuti dolorosi originariamente non destinati al pubblico.

 “Pavese utilizza un tono brusco e tranchant per parlare di politica, da’ una scrollata di spalle come se fosse tutto già inteso. Ma in realtà niente è inteso, la sutura tra il suo “comunismo” e la volontà di recupero del passato primitivo e ancestrale dell’uomo non è così netta.”

– I. I.Calvino, Pavese e i sacrifici umani

Da queste parole emerge la profonda connessione che intercorre tra il recupero del mito e gli eventi del biennio ‘42-’43, che portarono Pavese ad una rilettura della sua stessa esistenza e ad una “rielaborazione poetica e della propria poetica”. Riscoprendo il valore delle radici, l’autore torna alle proprie origini stilistiche: il ritmo narrativo de La luna e i falò (1949) ricalca fedelmente l’impronta di quello poetico della raccolta Lavorare stanca (1936). L’elemento ritmico acquisisce in Pavese una connotazione esistenziale, risultando misterioso e inattingibile come la sua stessa vita. 

Questa peculiare relazione tra biografia e stile di scrittura rende complicato distinguere tra uomo e scrittore, mettendo in luce come un’interpretazione puramente biografista risulti fuorviante rispetto alla percezione dell’intera opera di un autore. 

Ciò che conferisce forza emotiva al dialogo tra lo storico e la filosofa è proprio la doppia lente attraverso cui Ginzburg espone il suo ricordo: le memorie d’infanzia, filtrate dall’amicizia con i genitori, intrecciandosi all’identità letteraria dello scrittore e intellettuale, formano un’immagine completa di Cesare Pavese. 

 

Margherita Baldazzi, Desiree Bindini, Ester Dall’olio, Antonia Romagnoli, Supertutor Liceo Ariosto, Ferrara