Provare a raccontare l’esperienza di un veterano di guerra non è mai un’impresa semplice, specialmente quando il veterano in questione è un uomo che, per quanto arruolatosi volontario, si è poi pentito della sua azione scoprendosi pacifista. Questo è il caso di Brian Turner, ex-soldato dell’esercito statunitense reduce delle guerre in Bosnia e Iraq, ospite questa mattina nell’Arena BookStock. Intervistato da due liceali torinesi, l’uomo ha parlato di varie delle tematiche affrontate nel suo ultimo libro La mia vita è un paese straniero, un lavoro complesso, profondo, nato da un catalogo di memorie dallo scenario di guerra del Medio Oriente e poi evolutosi in un componimento misto di prosa e poesia.

L’esperienza dell’Iraq, i traumi e il pentimento, avendo lasciato un segno profondo nell’animo di Turner, non hanno potuto che portare ad un’opera profondamente intimista, attenta alla figura dello scrittore, ma senza tralasciare i precedenti coinvolgimenti dei suoi familiari in altre scene di guerra. La consapevolezza dell’onnipresenza della guerra per tutto l’arco della sua vita ha pinto irrimediabilmente ad una necessaria riflessione su quello che è il rapporto degli Stati Uniti con i conflitti armati, seppur rigorosamente vissuti con distacco. L’americano non vive la guerra ed i suoi orrori sulla propria pelle e non ha nemmeno un’idea precisa di cosa sia questa, nonostante tutti i nati dopo il 1990 abbiano vissuto solo in anni in cui la propria patria era coinvolta in una di queste.

Se dunque la guerra è stata per Turner un trauma, il suo giudizio non può che risultare estremamente severo anche nei confronti di coloro che, negli Stati Uniti, venivano chiamati eroi. Eroi che, forti dell’armamento più avanzato del mondo compivano, le più orribili atrocità su civili male armati, disperati ed innocenti. Eppure di eroi Turner ne ha trovati persino nel contesto mesopotamico, nessuno dei quali armato di fucile. Gli eroi di Turner sono l’americano arruolatosi per guidare un camion di rifornimenti di cibo con 50°C solo per permettersi le cure per il figlio, così come gli uomini e le donne irachene che malgrado le bombe e le mine si recano al mercato per sfamare i propri figli.

La voce di Turner si innalza come quella di un folle che, disperato e solo in un Paese innamorato della guerra, lancia il proprio grido contro i drammi dei conflitti armati di natura puramente imperialistica del proprio Paese. La sua scelta di parlare risulta inoltre rivoluzionaria rispetto a quella della stragrande maggioranza degli altri veterani, muti custodi della vera natura della guerra; ma forse la vera rivoluzione sta proprio nella scelta di parlare per poter finalmente porre fine agli infiniti sproloqui della politica statunitense, di destra come di sinistra, sulla bellezza del peggiore degli orrori.

Piervittorio Milizia, Giovanni Sette

Liceo Ludovico Ariosto, Ferrara