Accolto nella Biblioteca Byblos, Antonio Pascale si descrive con l’aggettivo “cinico”, ma noi oseremmo definirlo quasi “un esperto d’amore”. Ci presenta Le aggravanti sentimentali, il suo secondo romanzo- dopo Le attenuanti sentimentali –facente parte della trilogia sulle dinamiche dell’amore, che comprende ancora un terzo libro in cantiere.

Inizia così a raccontare di quello che lui definisce il “backstage” del suo lavoro e noi, nuovamente, ci prendiamo la libertà di chiamarlo un “trattato sull’amore”.

Antonio Pascale si avvicinò a Eros, come quasi tutti noi, durante l’adolescenza, ma a differenza di molti s’inventò un abile tentativo d’approccio con le sue coetanee: filosofeggiare sull’amore. Il suo cavallo di battaglia era una citazione de L’arte di Amare di Erich Fromm, il quale divideva l’amore in maturo e immaturo. Quello maturo si poteva sintetizzare nella frase “ho bisogno di te perché ti amo”, mentre quello immaturo in “ti amo perché ho bisogno di te”.

Ci racconta dei vari due di picche ricevuti a causa della frase sbagliata, che indicava l’amore immaturo, e di quando, finalmente, riuscì a dichiararsi con quella corretta, per poi sentirsi rispondere “questa frase a me non piace, cos’è l’amore senza bisogno?”

Solo una delle tante domande che ci si può porre sull’amore. Infatti l’autore, durante quest’incontro, si e ci pone domande di diverso calibro: l’amore rende la vita migliore o solo possibile? Sono i sentimenti a impossessarsi di noi o noi li dominiamo? Perché noi esseri umani siamo sensibili alla bellezza? L’amore è un’esperienza particolare o universale?

Ma la più importante è anche la più banale: cos’è l’amore? Nel tentativo di trovare una risposta, Pascale ha deciso di smontare la parola amore e di analizzare le varie definizioni date a questa parola nel corso del tempo.

Cita per primo Mark Twain, scrittore de “Il diario di Adamo ed Eva”. Twain descrive Adamo ed Eva come due ragazzini, dove lei cerca costantemente lui che, da suo canto, trovandola insopportabile, cerca d’evitarla. Poi c’è una svolta: Adamo decide di stare con Eva per convenienza, per puro egoismo. Quando però Eva muore, Adamo scrive sulla sua lapide “ovunque lei sia stata, quello era l’Eden”. L’amore è visto quindi come un passaggio da egoismo ad altruismo.

Poi si passa ad analizzare il pensiero di Foucault, che vedeva l’amore come un dono. Ma il dono, a sua volta, può essere inteso o come una dinamica di scambio, ovvero io faccio qualcosa per te, cosicché tu ne faccia una- in futuro –per me, o con il fine di creare un vincolo di restrizione.

Parlando d’amore, Pascale non poteva non citare Platone e il famoso Simposio. Tra i vari filosofi che intervennero nel banchetto privato, si sofferma su Aristofane, che credeva fermamente nella ricerca dell’anima gemella, su Socrate, che vedeva l’amore come un’esperienza estetica verso la bellezza e su Alcibiade, che lodava Socrate per le sue qualità, nonostante i suoi difetti.

Allontanandoci da filosofi e scrittori, Pascale analizza anche il rapporto tra la bellezza e l’amore. Ci parla quindi della Teoria Darwaniana della Bellezza, secondo la quale noi uomini siamo sensibili al bello. Ad esempio, nell’antichità, gli uomini erano soliti costruire delle asce bifacciali, che tenevano come ornamento e per dimostrare la loro pazienza, bravura e intelligenza, conquistando così le donne. Nel mondo animale, invece, troviamo la dimostrazione di questa tesi con il pavone, che riesce a conquistare la pavonessa grazie alla bellezza della sua coda, ma anche con l’uccello giardiniere che, da suo canto, fa stragi di cuori con il suo nido, adornato con frutti, bacche, funghi e dipinto con pigmenti naturali. “Tuttavia nel regno animale, ma anche tra gli uomini- scherza lo scrittore -è sempre la donna a scegliere il suo compagno”.

Un’altra relazione che Antonio Pascale prende in considerazione è quella tra l’ambito sociale e l’amore. Il concetto d’amore, un tempo, era posto sotto un’ottica maschilista, dove l’unico ruolo della donna era quello di procreare e di svolgere le proprie mansioni domestiche, poiché totalmente assoggettata al proprio marito. Nei tempi moderni, avendo la donna guadagnato la sua indipendenza e cambiato a denti stretti il suo ruolo nella società, la concezione d’amore è totalmente cambiata.

Tuttavia molti ritengono ancora valido il pensiero di Schopenhauer, secondo il quale il fine dell’uomo è la riproduzione. Pascale ci racconta di come, durante un esperimento, si sia reso conto di come lui, all’interno di una festa, cerchi con lo sguardo le donne che potrebbero eventualmente interessargli e gli uomini che potrebbero diventare suoi rivali.

L’amore, tuttavia, può essere anche visto come una difesa verso la morte. Per non temere la morte e l’oblio, infatti, possiamo:

  • semplicemente evitare di pensarci, come suggeriva il filosofo Nietzsche;
  • lasciare delle testimonianze di noi ai nostri posteri, in modo tale da sopravvivere nella loro memoria;
  • credere nell’esistenza dell’anima e nella sua sopravvivenza dopo la morte
  • usare- per l’appunto -l’amore, ovvero darci forza nella nostra vita amando, amandoci e facendoci amare.

L’autore termina il suo discorso citando Bertolt Brecht:

“La prima occhiata dalla finestra al mattino, il vecchio libro ritrovato, visi entusiasti, neve, il mutamento delle stagioni, il giornale, il cane, la dialettica, docce, nuotare, vecchia musica, scarpe comode, comprendere, nuova musica, scrivere, piantare, viaggiare, cantare, essere gentili.”

La vita consiste in questo: meravigliarsi delle piccole cose, amare le piccole cose, cercare la bellezza nella quotidianità, essere gentili per essere amati.

Ed è quello che ha fatto oggi, sabato 14 maggio, Antonio Pascale. Con la sua gentilezza, con il suo sorriso, con la sua pazienza- nonostante la poca tranquillità che lo circondava all’interno della Biblioteca Byblos, affollata da vari clienti –ci ha fatto innamorare del suo discorso.

Cristina Ganz e Federica Antonioli

Liceo Classico e Musicale “C. Cavour”