Torino, 18 maggio 2017

Viaggio di frontiera, viaggi sulle frontiere

“A chi appartengo? Sono italiano di lingua , tedesco di cultura, slavo di istinti basici, francese di cultura viaggereccia, greco per l’appartenenza al mare e inglese come lettore, sognatore di un patriottismo europeo fatto dalla coesistenza di identità.” Paolo Rumiz ci narra di un’Europa che non ha un canto, non ha una voce ma solo tanti vuoti da riempire, priva di una memoria comune che nasca dall’oralità, in cui paesaggi magnifici necessitano di essere raccontati, in cui manca una frontiera che sia atto consensuale di demarcazione. Un’Europa che non esiste in quanto priva di limiti, di confini biunivoci attraverso cui ci si separa e al tempo stesso ci si incontra, come la pelle, che divide ed unisce, e che è anzi requisito fondamentale per il contatto stesso, gli dona valore.

Ci parla dei suoi viaggi attraverso paesi e tempi volti a rievocarne la memoria, a sentire i luoghi e vederli con lo sguardo del passato. Ci parla della sua terra, solcata dalle guerre, intrisa di ombre, dove il vento ha soffiato tra le trame di sei bandiere diverse, da quella Austro-Ungarica a quella del Regno italiano, passando attraverso il Reich e i giorni bui della settima repubblica Austro-Ungarica, al Governo Militare Alleato, fino alla Repubblica Italiana. Governi che hanno segnato a tal punto la vita e le persone da avanzare la pretesa di cambiarne addirittura i cognomi, dividendo parenti e spezzando legami,  trasformando ninne nanne in inni alla morte. Guerre che non sono riuscite a spegnere le persone, l’amore di fratelli che, schierati uno contro l’altro, si sono ritrovati in pace come se niente fosse stato.

Essere di Trieste significa essere di tutti e di nessuno, ha significato vite spese contro muri e trincee, ascoltando il richiamo della frontiera, quella linea vagamente proibita che era stata la sua musa e dava il prurito dell’attraversamento; quel confine contro cui ha combattuto tutta la vita e che, una volta abbattuto, lascia percepire la sua assenza come unica prova della sua esistenza.

Durante i suoi pellegrinaggi nella memoria dell’Europa di oggi, Paolo Rumiz ha cercato luoghi  che si lasciassero attraversare, rivivendo le autentiche esperienze di persone, riuscendo ad entrarci “come in una seduta spiritica”. Il viaggio è uno splendido libro, un libro che spiega molto meglio di ogni altro luci e bui di popoli e terre. I luoghi della Grande Guerra gli hanno cantato la loro storia, raccontando la paura di ragazzi che sentivano rimbombare nelle orecchie la loro stessa paura, davanti al profilo di montagne discese da file di barelle e uomini sfatti.

Preferiamo vivere ignari del loro passato, come fosse un periodo da dimenticare, e sentiamo l’ardente bisogno di rivivere quei momenti non come una commemorazione fine a se stessa ma come una rievocazione visionaria che ci porti dentro quelle storie che sono anche nostre. Abbiamo bisogno di emozioni e di “attraversare, senza saperlo, la linea d’ombra, riportandoci alla vita con un gusto moltiplicato per mille”.

Veronica Ferra e Teresa Fassetta, Liceo Scientifico Grigoletti di Pordenone